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Due nuvole.

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Siamo come le nuvole, il cielo è le sue mani,

Ci sbriciola e ci arrotonda, ci disperde e ci concentra, bianche, 

Nere, pesanti di tensione,

Ci scontra e poi ci lascia, ci accarezza, ci accarezza,

Tutti gli attimi noi non siamo più gli stessi,

Tutti i santi attimi noi non siamo più gli stessi, e guai a dire: cerchiamo di riposare,

Siamo nuvole, per noi non vale

Le parole: fermarsi, e riprendere fiato.

No! Via! Il vento!

Nelle sue mani, nelle sue mani, non altrove, non da soli,

Lo abbiamo promesso insieme,

Era l’otto dicembre e lo abbiamo promesso, che eravamo suoi,

Suoi e basta, e veramente mai di nessun altro, nemmeno nostri, l’uno dell’altro,

Solo suoi. 

Amore, aveva nevicato. 

E il cielo era tutto bianco, quel pomeriggio,

Le uniche due nuvole nelle sue mani

Eravamo noi.

  

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Il respiro di sollievo.

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(Sai che a correre tutti questi chilometrinon eravamo mai soli?)

Un via veloce ed in sordina

ed ora già chiudo il cassetto,

e mi porto via disegni sfumati

volti di persone amate,

per breve tempo.
Attimi di empatiche stanchezze,
e di entusiasmi sommessi,

annusando la consapevolezza

spesso assente,

nei visi temporanei 

altrettanto sfumati

distratti

dalle strane richieste

dai modi indispettiti, cortesi, neutrali.
Ma poi non erano tutti così,
ed era bello accarezzare nella memoria 

a breve termine, confidenze, risate, pianti, 

tutti, tutti li avrei abbracciati.
Vita, assolo di un coro con l’armonia dei bimbi,
Vieni a me, vieni ancora a me, e non mandatela via,

Perché è di essa, 

È di essa, il respiro di sollievo.
https://m.youtube.com/watch?v=KQqjcIue4tE

  

Danza di maggio.

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È ora che i miei semi fioriscano

il mio campo non può restare in eterno solo verde,

ecco i colori dei frutti.

Ho sentito la mia stessa voce

e non era la mia,

dipingere confini nuovi,

morbidi, come mari colorati.

Sono nuove le canzoni che sbocciano sugli alberi del mio giardino,

nuovo il mio sguardo su di me.

Auguri come pioggia,

sogni che non finiscono,

sogni che riscaldano,

la malinconia e la mancanza, io le ho sempre trattate

come vespe inferocite da bruciare,

ed erano semi di saggezza 

danzanti nel mio vento.

  

Non era quello che volevo dire.

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Nel correre questi anni

Qualche volta ti guardo allo specchio

Vorrei prendermi cura di te.

Vorrei vederti sotto le luci, splendente,

Come meriteresti, 

I capelli che volano, la pelle trasparente, gli occhi che si illuminano

E si chiudono umili nel canto.

So che hai paura che il teatro chiuda il portone prima del tuo arrivo,

Oppure temi di arrivare stanca e trafelata, all’ultimo momento,

Salire sul palcoscenico e tutti delusi e indifferenti,

Perché sei stanca, non hai fatto in tempo a truccarti, 

Le ferite della vita e i suoi brividi felici comunque ora incidono,

Non poco, disegnano.

E lo so che vorresti una voce amante che ti rassicuri: sei bellissima,

Ogni respiro di oggi è vita vissuta, vita che ti rende speciale, vita,

Vita e amore, tanto, tanto,

Da morirci intanto che corri

E non sai se arrivi in tempo,

A cantare a teatro.

(Messaggio strano del t9, invece di stanca, mi ha scritto: santa. Io l’ho corretto, non era quello

Che volevo dire, ma

La strada è stata scelta da tempo, 

Ed è tempo di ricordare i girasoli, di illuminare quello che è stato, ciò che hai visto e seminato, e i frutti che hai colto, e i sorrisi e le vittorie, e gli scarti, e le provvidenze, è quello che sarà, 

Perché ne hai ancora da correre, 

Amica mia.)

  

Luminose. (I bambini scatenati dopo la Messa)

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Rimanere luminose e diffuse in un Amore al quale abbiamo donato la vita

E dialogare di come donarsi, 

Un raggio di sole a ciascuna.

Nel sole, tutte, tutti insieme o nulla,

Nel ventre del sole, vicino al battito infinito del suo cuore, 

Tutte, tutti insieme, 

O nessuna.

(Chiedo scusa dell’umiltà che mi manca quando la passione mi brucia

E spalanco sottili tagli, come quelli della carta che solca in un attimo la pelle,

Ritrai dolorante la mano, ma su quella carta viveva una preghiera.)

Ma.

Ma così i bambini scatenati dopo la Messa si rincorrono, prima fanno due volte il giro della stanza, poi inevitabilmente aprono la porta, escono urlando di gioia, vanno al sole a giocare. Mentre il telegiornale ignorato in sottofondo alla cena sfonda il vetro del televisore, avverto nel cuore il dolore, le urla dei cristiani perseguitati, uccisi, cacciati, affamati, sperduti, e so che non possiamo più restare chiusi nel nostro piatto pieno, nella generosa elemosina.

No, non più.



Il canto di due donne vicine.

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Sono io che mi chino a sorriderti, 

Tu sei appena sveglia,

Tu profumi di vaniglia, di lenzuola rosa, del sonno delle bambine che crescono,

Io di colonia, cipria trasparente e sfumature ametista.

Mia piccola e mia grande, che ascoltiamo insieme una canzone

Che ti commuove, e a me faceva ridere,

Ma tu sai che io rido per non essere fragile.

Vuoi cantarla con me? Posso cantarla con te?

Mentre andiamo a scuola, due voci simili si alzano verso il cielo

Fino a quella scia bianca, che ricopia in alto l’orizzonte,

Fino al sole tiepido, nel cielo azzurro, nascosto dietro il traffico, 

Ma chi può fermare il canto di due donne vicine?

Leggere, fluide, aperte nel futuro,

Intrecciate, ma libere, nell’attimo presente.

Madre, figlia, le nostre anime non hanno nomi, né età,

Il vento soffia dove vuole, figlietta mia, 

Adesso qui, soffia qui,

Nella nostra canzone.

https://m.youtube.com/watch?v=R3Wf53M_YRM



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La gatta cercasole #1

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Se una gatta ha freddo, non mette una coperta, ma cerca il sole.
Si stende nel minimo spazio davanti alla finestra come fosse il cuscino più soffice e accogliente del castello, rilassa i muscoli e assottiglia le pupille. Per il piacere fisico del calore sul suo corpo, comincia a fare le fusa in modo sommesso ma sonoro, continuo, per minuti e minuti.
Non le interessa restare vicino a te, sceglie il sole. Lei sa, che tu sei nell’altra stanza, occupata a scrivere, cucinare, parlare al telefono. Ti vuole bene… ma è più importante il calore del sole.
Qualche volta anch’io riesco a scegliere il sole e il suo calore. Al di là dei rumori e delle presenze del mondo, oltre l’amore del quotidiano.
Riesco, ad andare tranquilla e determinata alla sorgente del calore, alla sua luce, senza cercare surrogati.
Semplice. Una coperta scalda, ma non è il sole.

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Due poesie d’amore.

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Poesia del mattino

Ecco, finiscono sfumando le voci
e restiamo noi due
ho una sorpresa per te, improvvisata e fatta a mano,
siamo una piccola festa che inizia
il suono del campanello, il primo ospite che arriva,
l’inizio del concerto,
prima dell’accordo iniziale, quando ancora tutti sussurrano
sull’entrata del primo violino.

Poesia della notte

Raccontami di te e di me, di noi con i capelli nuovi
del chiaroscuro delle cose, del mare che restituisce
dopo anni, in altri posti ad altri amici,
delle righe verticali del tuo viso,
delle nostre paure nuove, di quelle già passate,

– singolare alleanza amorosa dei due folli sulla collina,
danzanti
sotto la luce del Sole e della Luna.

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Il cane più brutto del mondo.

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Nel collage di foto, potete vedere il cane più brutto e sgraziato del mondo, oltretutto definito diverse volte da veterinari ed esperti “cane problematico” con seri problemi di iperattività. Era un meticcio preso al canile, un misto di razze indefinibile, “dal cane lupo al bassotto”, aveva sentenziato la nostra prima veterinaria. Per questo aveva zampe troppo corte e piccole su un corpo di stazza media, piuttosto tozzo, e la testa grande.
Lo andammo a prendere al canile in occasione del compleanno di mio marito Claudio. Non avevamo mai avuto un cane prima, e io sono un’amante dei gatti, non so cosa ci sia preso. Siamo arrivati al canile e guardavamo se ci fosse stato un cane adatto a noi. Eravamo appena sposati. Questo botolo rossiccio di un anno e mezzo si è fatto strada con slancio deciso da capetto tra tutti gli altri cani, ha cominciato ad attirare la nostra attenzione in tutti i modi, a chiamarci, a leccarci le mani. Ci aveva scelto. Inutilmente il tale del canile ha cercato di farci riflettere, il colpo di fulmine era avvenuto.
Tobi venne con noi tremando di paura ed eccitazione, ricorderò per sempre che lo tenevo in braccio con il finestrino aperto e lui mise fuori il muso con la lingua penzoloni per prendere aria, e il cuore gli batteva così veloce che sembrava un count down di un’esplosione.
Scappava. Non stava al guinzaglio. Si è mangiato le gambe delle sedie del nostro primo tinello, Dei cuscini e delle pantofole strappate a brandelli in pochi fatali secondi, abbiamo presto perso il conto. Era bello il nostro primo divano… Per non parlare delle copertine, se le mangiava. Nel corso della sua vita Tobi ha mangiato in tutto quasi tre copertine di pile da una piazza.
Tobi ci ha accompagnato per i primi dieci anni del nostro matrimonio. Ha vissuto tutto con noi, le scoperte, le scelte, i momenti di gioia, di dolore, di paura. È venuto con noi negli spettacoli che facevamo come cantastorie, e per due volte ha anche partecipato, interagendo in modo fantastico con i bambini. Tobi voleva bene ai bambini, li rispettava e li proteggeva d’istinto, e li attirava come il miele attira le api.
Era dolcissimo e paziente con i bambini, quanto feroce con le biciclette. Abbaiava furiosamente e le inseguiva, una volta riuscì persino a pinzare, senza far male per fortuna, i pantaloni di un terrorizzato ciclista a Parco Ruffini. Ci hanno dato milioni di consigli, abbiamo provato tutto per educarlo, lo abbiamo fatto anche castrare per calmarlo… Ma Tobi era un ribelle, era fatto così, probabilmente, nella sua natura mista genetica, nel cervello era assolutamente convinto di essere un rottweiler, e con questa attitudine da bulletto affrontava gli altri cani maschi o femmine in generale.
Tante volte era una fatica tenerlo. Quando sono rimasta incinta di Susy, non riuscivo più a portarlo fuori, perché mi tirava pericolosamente. Da quel momento ha fatto coppia esclusiva con Claudio. E quando è nata Susy, noi gliel’abbiamo presentata. Lui le ha leccato le gambette, l’ha annusata per bene, è da quel momento è stato il suo protettore e guardia del corpo. Pazientissimo, Susanna poteva fargli qualsiasi cosa. Nell’ultimo periodo giocava con lui alla scuola, e voleva insegnargli a leggere. Stava ore ad insegnargli, a mettergli davanti al muso matita e foglietti con le lettere dell’alfabeto, e Tobi stava al gioco, quieto come un peluche, felice della compagnia.
Ci guardava adorante, si ritirava a orecchie in giù quando discutevamo, poi quando vedeva che le nubi scure erano passate, veniva con la sua copertina per giocare.
Quando Claudio ha perso il lavoro, è stato povero con noi, senza pappe speciali. Forse per questo ha imparato a mangiare qualsiasi cosa ci fosse di commestibile e anche non commestibile. Nel suo stomaco è finito di tutto: matite, spugnette, fazzoletti, fogli di libri e giornali, pezzetti di plastica… Era più veloce lui ad ingoiare che noi nel precipitarci ad impedirglielo. La veterinaria, quando noi correvamo preoccupatissimi per l’ennesimo pranzetto sopra le righe, alzava le spalle e sospirava, rassegnata: se non gli ha fatto male…
Aveva un fiuto eccezionale per le persone. Se Tobi non si fidava, abbaiava in un modo speciale, che avevamo imparato a conoscere. E non si sbagliava. Con le persone che gli piacevano, e con i nostri amici, abbaiava furiosamente lo stesso, poi portava la copertina per giocare, e la usava nei modi più imbarazzanti, davanti a tutti, con me e Claudio occupati a sorridere e a minimizzare, o a cercare di distrarre gli ospiti stupefatti dallo scandalo.
Per la sua stramba conformazione fisica, Tobi aveva cominciato presto a soffrire di artrite. Aveva molto dolore perché le sue zampette erano troppo piccole rispetto al peso del corpo. E infine, una brutta malattia lo ha colpito a dieci anni compiuti, abbattendolo in modo velocissimo.
L’abbiamo accompagnato in paradiso un mattino di dicembre.
Tobi ha vissuto con noi quasi undici anni tempestosi, di alti e bassi pazzeschi, viaggi e ricerche, follie e gioie meravigliose, crescita dolorosa, entusiasmo, illusioni e disillusioni, coraggio, lotta dura e insieme fede, dolcezza, ottimismo, ostinazione nel volare sempre alto, mai cedere. Ho come la sensazione che abbia assorbito qualcosa di importante di quegli anni, e in un certo senso se li sia portati dietro, in cielo, unico testimone di tanto amore.

Ora, vicino a me sonnecchia e fa le fusa una gattina dolce, umile, saggia, tranquilla. Hermione sta segnando con la sua presenza la crescita della nostra vita come coppia, come famiglia. L’armonia profonda che si crea nella relazione con una creatura è uno dei doni più grandi e rivelatori che Dio possa fare all’uomo. Claudio ed io siamo diventati più dolci, umili, saggi, tranquilli? Sì, certo.
Insomma… Abbastanza.
Quando Hermione va a caccia, e si muove come una panterina sinuosa e pronta all’azione, quando giochiamo con la pallina, e se gliela tiro alta lei scatta in balzi eccezionali di un metro e più girando su se stessa, poi si spaventa da sola del salto e scappa a nascondersi sotto i cuscini del divano, il tutto nel giro di brevissimi secondi, oppure quando per saltare dovunque si mette in pericolo, e la ritroviamo seduta sul davanzale del balcone che ci guarda con gli occhioni sgranati come dire: “Hai visto dove sono finita? Secondo te sono nei guai?” …Noi accorriamo fingendo indifferenza, con il cuore in gola.
E lei fa un piccolo “mrrù” e con un agile elegante saltino scende come niente fosse…

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Un sole giallo, un cuore al centro.

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Chi è quel coraggioso Esperto di misteri
che con amore scommette se stesso nell’impresa
di portare una tenera, funzionante armonia
tra il caos creativo e il quieto ricordare,
tra il lasciarsi andare al vuoto e la solida memoria?
E quale temerario potrebbe mai scoprire
morbide, energiche corrispondenze
tra il dondolio insinuante di una canzone nuova,
e la prudenza, la tradizione?

Un sole giallo, un cuore al centro, vivo, grondante vita,
Accogliente e caldo,

Lo abbiamo cercato e voluto, gli abbiamo fatto spazio insieme,
È Lui
Che eternamente ci fa
uno.

(È il gioco che io e mio marito abbiamo realizzato insieme durante un laboratorio dedicato alla coppia, domenica scorsa. Si trattava di colorare questo tao, all’origine vuoto, senza accordarci a parole, in silenzio, ma lasciandoci trasportare in modo libero e spontaneo. Mi sono lasciata andare ad una canzone che avevo dentro, in un centro modo fiduciosa che quell’incontro ci sarebbe stato. Poi mi sono accorta che lui stava dipingendo il paesaggio dei girasoli che abbiamo contemplato tanto quest’estate, in vacanza tra Marche ed Umbria… Il sole del suo cielo, il centro del mio girovagare sereno e rilassato… È Lui, che in eterno, ci ha fatto uno.)

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