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Io vivrò tutti i doni.

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Sono un fiore bianco.

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Sono un fiore bianco
Bianco dagli anni.

La mia casa era come un cuore dalle porte aperte,
Accogliente.

Non so come va la vita,
So solo che non la posso evitare.

La vita è più forte di me,
Inizia e smette
Quando vuole, quando vuole.

E il vento dondolò il fiore bianco
Così tanto dolcemente
Che il piccolo fiore, nel silenzio
Si addormentò.

Amore mio, ti vedo comportarti in cucina…

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​Amore mio, ti vedo comportarti in cucina,

Di spalle, e penso a quante volte ti farai una spremuta d’arancia, 

Nella tua vita, dove abiterai, alla tua amica, al tuo ragazzo, ai tuoi figli,

e sei così bella, più cresci più sei bella, 

Più i tuoi movimenti sono sicuri e più sei dolce e ironica,

Più ti incammini più io ti amo, mentre ti guardo partire

Nei più piccoli gesti 

Sono così orgogliosa di camminare con te, ognuna nella sua strada,

Avvolte

Di tutto questo amore.

Il perdono della gatta (buona sia la tua notte).

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​Adesso lascio

Che tutte le parole buone vincano 

Sulle ombre cattive della memoria.

Adesso lascio 

Che la vita continui oltre te,

E non ti blocco nei miei pensieri.

Adesso lascio languire

Affamato, ogni dolore, fino a che non muoia.

Adesso lascio gioire la mia anima

Di una ritrovata libertà. 

Adesso vedo il tuo giudizio piccolo ed inutile,

Rispondo alle tue rigidità con la mia soffice tenerezza,

Entrambi nasciamo da un dolore, e vedo in te le conseguenze

Del non conoscere l’Amore. 

Adesso accolgo in me che scelgo di perdonarti

Adesso accolgo in me che posso non pensarti.

Adesso ti saluto,  mi congedo, buona sia la tua notte.

E la gatta amorosa volò via, per mille altre avventure,

Prima di tutto andò a cantare alle nuvole notturne, flessuosa di gratitudine, 

Poi alla luce calda dei suoi amici lupi.

E tu non puoi seguirla.

Neon

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Sei come la luce che sfiora la tenda della mia finestra, stanotte. Non viene dalla luna, ma dall’insegna del supermercato perennemente accesa, sotto casa. Sei così, rassicurante, ma per finta, basterebbe un black out per eliminarti. Eppure, temo il buio.

Se mi alzo velocemente, scuoto la testa e sento i miei capelli svolazzarmi intorno al viso e al collo. Ora, se chiudo la saracinesca, la tua luce al neon non mi colpirà più, e io sarò al buio ma sarò pura, sarò salva. Potrei anche chiudere gli occhi e pretendere di dimenticare che stai continuando ad illuminare la mia stanza.

Potrei, ma non voglio fare finta. Tu ci sei, sei il dolore, la finzione, la spesa, il richiamo del vuoto da riempire di cose. Devo fare i conti con te.

Finisco l’ultima valigia mettendo dentro due soprammobili di poco valore, potrebbero essere dei ricordi, sostengo a me stessa, cercando di convincermi. 

Domani parto. Vado via da questa casa. Non vedrò più questa luce, e questi soprammobili non mi servono. Li lascio sul comodino, li butto nel cestino. 

A che età si riesce a dire addio all’alone ceruleo di un padre addestrato dalla vita a procurare dolore? Adesso. 

Avrò il coraggio di amare e di allargare il mio amore. Avrò l’eleganza di non essere possessiva, gelosa, delusa prima di salutare, sconfitta prima di iniziare a correre. 

Illuminerai ancora questa stanza, quando io sarò partita? Forse ero solo io a vedere questa luce come fossi tu. Il prossimo inquilino abbasserà la saracinesca e penserà di non aver previsto che la luce dell’insegna del supermercato disturbasse così tanto l’oscurità notturna.

Non sarai più così importante. 
(L’amore nonostante mi servirà ad amare, riuscirò a trovare ricordi buoni, il perdono mi darà il coraggio di chiudere usata porta definitivamente, domattina.) 

Di essere invisibile me ne sono accorta presto.

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Di essere invisibile me ne sono accorta presto, quando nessuno si accorgeva dei lividi sulla faccia e sulle gambe,nel corpo di una gatta randagia ho vagato per questa vita fingendo superiorità sui dolori, 

ho finto di addomesticarmi per amore, per seguire Te,

Tu solo sai con quale naturalezza ricamo vita quotidiana sul niente

che sono.
Se mi tendi la trappola del cerchio, io ti ignoro, se insisti io soffio,

anche tu, che ti amo tanto, ti soffio, 

se insisti, se vuoi prendermi, ti soffio.
Gatta domestica, calda e presente,

Gatta randagia, ferita e fiera,
Invisibile sempre, invisibile trasparente,

Il dolore che non puoi sapere, è la più spessa nebbia.

Il fiore tra i capelli.

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Amo, amo,grazie a te

che sbocci come il sole al mattino

dopo giornate di pioggia

e il respiro di sollievo
e che profumi 

come il fiore bianco

raccolto dal figlio per gioco,

per portarlo alla mamma, 

e lei sorride, in silenzio,

e mette il fiore tra i capelli.

Venerdì santo.

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Eppure i due sposi danzano con i baci,e la loro umile vita canta lo stesso, nella luce.

Posso sentire nostalgia di te?

Ma certo. Ed è anche un mio diritto, sentire nostalgia di te.

E tu

adesso riposi.

Ferito, mai stanco,

di amarci.

Non è la morte, ingiusta.

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Non è la morte, ingiusta,
Esiste, nella natura, il ritmo di una canzone,
La sorpresa del finale.

Assurda non è la morte, anche quella di un giovane, anche quella di un bambino,

Crudele non è, la morte naturale.

Ingiusti siamo noi, quando anneghiamo tra le offerte del supermercato,

Mentre un altro bambino annega gettato da un barcone.

Siamo noi, gli assurdi, quando dimentichiamo

Ci distraiamo dal dolore dell’altro

Così facilmente

Che le guerre nel mondo possono continuare, tanto,

Non sono mica a casa mia.

Siamo noi i crudeli, che un giorno ricordiamo le vittime,

E il giorno dopo nascondiamo l’indifferenza

Nell’abitudine al nulla del mattino,

Nella stanchezza della sera.

 

La tua pretesa.

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Nelle preghiere inesauste di una vita,Nel peregrinare tra strade strette strozzate

Perdendo il fiato, anche senza mai

Senza mai vedere, solo correre e annaspare

Nelle lacrime spesse e dolorose delle mattinate in solitudine,

Nelle lacrime soffocate, non viste, mangiate con i sussurri

Delle periferie delle nostre 

Inesauste preghiere,

In questo silenzio supponente, sfiancante, inutile,

Nella sempre più stanca debolezza, nell’aumentare delle medicine,

Nella ostinata resistenza, nella nostra ingenuità a pensarti buono, 

Nella nostra inettitudine a farci ascoltare, 

Nella sordità della tua indifferenza,

Nella nostra umiliazione, nel nostro dover sempre pagare il conto,

Nell’ipotesi non provata di quella che chiamano la tua misericordia,

Nell’ospedale da campo del mio cuore, dilaniato

Dalle grida altissime di tutti i morenti, i morenti,

I feriti, la mancanza, grigia e ferma d’amore,

Nell’immaginarsi disperato del bambino solo, che qualcuno 

Ci sia, anche non visto, a pensare a te, a non abbandonarti,

Nello smaniare parlando da sola, impazzita a cercare miracoli

Che ormai so dati a caso, senza una vera cura, noi condannati

A restare invisibili, senza amore, perché così ti va,

In tutto questo dolore spalancato,

Comprendo in me:

Sei Tu, 

Sei Tu che hai bisogno

Di essere perdonato da me.