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A quello che mi ha chiesto la via.

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Oh, vorrei avere il potere sciamanico di mille donne furiose

Tigri o leonesse a cui sfiorano i piccoli, vorrei

Abbattermi con la forza di un diluvio e terrorizzare,

Ridurre all’umiliazione l’uomo che mi ha chiesto la via,

Vorrei scatenare tutte le mie magie, costruirgli intorno

Stretti muri spinati, ammalarlo, fare che mi supplichi,

Che, annientato, ritorni come larva strisciando

Tra l’erba, tra lo scalpiccio frenetico dei cani che corrono,

Schiacciato, mentre io sorrido, io leonessa e tigre,

E poi stendo la mano, e lo perdono.
Gli concedo di vivere, mentre lui fuggendo abbandona

Quello che mi aveva rubato

Senza ancora sapere chi fossi.
Perseguitato da se stesso, nonostante la mia grazia,

Vestirsi di stracci e non dormire mai più,

Per paura del buio, quando appare la luna.
Non così è la realtà,

E io si, sono una tigre e una leonessa,

Ma nel mondo che respiro.

La mia magia è fidarmi, ricominciare,

Alzarmi, credere, sorridere, cantare, fare musica e poesia,

Pregare, avere amici, baciare il mio sposo,

Accarezzare mia figlia,

Giocare con i miei gatti,

Essere povera di soldi e ricca di amore,

Risparmiare l’insulso dalla mia vendetta,

Opporgli il bene.
La mia promessa della vita:

And death shall have no dominion,

Death shall have no dominion. 

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L’incubo del bugiardo.

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Il servo si avvicinò, abbassando le mani,Il mento sul petto, le ginocchia per terra.

Il bugiardo lo guardò chinarsi, non pensava niente,

Solo che stasera doveva andare alla casa al mare,

Per riposarsi.

Viviamo tutti brutti momenti, disse. Il servo non lo guardava,

Potrei aiutarti? Può darsi, ma tu hai soldi da investire?

Il servo scosse il capo, il bugiardo sospirò, sentendosi buono.

Io potrei aiutarti, ma non ho l’abitudine di fare prestiti che non mi saranno restituiti.

Il servo annui, il bugiardo continuò: hai bisogno di un lavoro?

Certo, ti faccio sapere. Adesso chiedo in giro. Intanto preghiamo. 

Potevo darti un lavoro, ma l’ho dato a mio cugino, sai, così i soldi restano in famiglia.

Avevo un altro lavoro per te, ma la figlia di una mia amica deve andare in Australia questa estate,

Capisci che ha bisogno di un po’ di cash…

Si rende indipendente.

Avevo anche un altro lavoro, 

Ma tu non sei tra gli amici e gli amici dei miei amici, quindi mi dimentico così facilmente

Di te

Scusa.

Il servo se ne andò.

Il bugiardo alzo le spalle, prese lo smartphone e chiamò un suo amico, 

Scosse il capo.

Come stai? Sei già partito per il mare? Io domani.

Certo che questo servo è in difficoltà, bisogna pregare per lui…

È che non vuole nemmeno lavorare.

Teneva la testa chinata sui miei piedi, poteva almeno chiedermi

Se volevo che mi lucidasse le scarpe…

Invece niente, si vede che non vuole lavorare.

Okay, io vado al mare.
Quella sera, sulla strada per il mare, 

La pioggia era forte, l’auto del bugiardo sbandò 

Sbattè contro il guardrail restò appesa sul nulla,

Nessuno passava. Il bugiardo cominciò ad urlare

Non poteva muoversi. Qualsiasi movimento in più lo avrebbe fatto precipitare.
Vide il servo che spiava la sua paura dal finestrino,

Intuì le sue parole:

Adesso sei come me, costretto a stare immobile.

Adesso sei come me, qualsiasi mossa ti rovina.

Adesso sei come me, hai bisogno di aiuto e non c’è nessuno,

Sotto la pioggia, sul bordo del nulla.
Il bugiardo chiuse gli occhi, ma non riusciva più a pregare,

Vomitò per la paura di morire,

Per gli occhi del servo che lo scrutavano dal finestrino.
Il servo tese la mano, apri la portiera e lo aiutò ad uscire,

L’auto precipitò senza rumore, solo quello della pioggia.

La mia auto! Urlò il bugiardo, il servo sorrise.
Il bugiardo cercò lo sguardo del servo,

Lo trovò inginocchiato vicino a lui, sotto la pioggia.

Il bugiardo scosse la testa, alzò le spalle, tossicchiò discreto,

Scusa sai, adesso non posso proprio aiutarti, 

Devo comprarmi la macchina nuova.

Poi io non ho l’abitudine di fare prestiti, sono contrario,

Poi non avrei nessun lavoro da proporti, se ne ho uno lo dò ai miei amici

E ai figli dei miei amici. 

Il servo si alzò in piedi, sorrise leggero,

Scomparve nella pioggia senza una parola.
Il bugiardo si svegliò tremando di terrore nel suo letto.

Meno male che domani sarebbe andato a fare shopping con la moglie e i figli,

Ai musei e poi al cinema, cenando al ristorante,

Si sarebbe distratto un po’.

Sono invisibile.

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Sono invisibile. 
La consapevolezza mi aggancia il vestito d’improvviso,

lo strappa.

Di solito non me ne accorgo, vivo come se.

Poi, un pomeriggio,

mi stringe la gola il silenzio

e medito, sorpresa,

su come facilmente le persone si dimenticano

che avevamo parlato, che avevamo detto, che ci eravamo promesse,

che avevo scritto, che avevo chiesto, ma

c’è tanto da fare, sapessi.
Sono invisibile, il vantaggio è 

che alla fine, io sono libera.

Esco dalla tua falsa promessa e volo via,

il vento soffia dove vuole,

tu non sai di dove viene nè dove va,

così è di chiunque 

è nato.
E io sono felice, e voi

e voi,

Restate, ciechi.

La tua risata mi fa, splendente.

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Mi chiami splendente, ma io mi illumino
al suono della tua risata…
Bentornato, spensierato ragazzo,
Sei il benvenuto tra le mie braccia.

Le guerre del mondo la tua voce rendono seria,
e velata di ansia, bisognosa di conforto. Devo sempre cercarti
Tra le pieghe della maschera del buon senso…

È la stanchezza, nelle sere autunnali,
che contagia i silenzi,
dilaga sulle intenzioni,
quando le preghiere della notte
sono un pigolio trasognato,
arreso, fiducioso

Nella nebbia notturna camminiamo da tempo cercandoci
e siamo sempre stati fianco a fianco,
e adesso, come per sempre,
Vivissimi.
Come il mio canto che è cambiato ma è più vero,
Come la tua risata che sembra la stessa di ieri,
Ma è più bella, oggi.

Così non ti chiamerò più mio cavaliere, come amavi
quando eravamo fidanzati,
sappiamo entrambi che non sei un cavaliere, e non sei nemmeno mio!
Ti chiamerò in segreto come tra noi, tutte le mattine, e le sere,
il sussurro, il richiamo,
il nome che solo,
posso aggiungere alla parola mio,
e che tu sei.

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Indizi di preghiera.

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Avvolta in Te
imito
la Sua fiducia.

E le Sue mani
Di nascosto
Ricamano armoniose
grazie.

I due visi
Somiglianti
Tesi
Al nostro ascolto.

Non è che
una mezza casa
due muri di mattoni,
e contiene

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Gli applausi inopportuni.

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Sono cinque giorni che viviamo in attesa e preparazione della sera. Organizzazione e cena al sacco, è necessario arrivare non dopo le sei per potersi sedere di fronte al palco e aspettare tre ore e mezzo, perché i concerti iniziano alle ventuno e trenta.
E poi Torino. Piazza San Carlo accogliente ed elegante, le vie del centro affollate, i turisti che passano e si fermano, piacevolmente sorpresi. È il Festival dedicato alla musica di Mozart.
E Mozart è uno spiritello insolente e delicatissimo, beffardo e gentile. Ti provoca, ti mette al muro e non ti lascia scampo, ti ipnotizza e fa di te quello che vuole, e tu diventi morbido come una nuvola, e ti lasci sedurre.
In questi tempi dove sembra che non si possa comunicare né informare, né esprimersi “artisticamente” senza essere prepotenti e aggressivi, dove ti insegnano fin da bambini che la persona degna di ammirazione è colui o colei che sa imporsi non importa con quali mezzi, che si fa ricco di denaro e chiude gli occhi con indifferenza di fronte alla sofferenza dei piccoli, che sviluppa una noncuranza ai sentimenti, anzi, agli affetti, per seguire uno stile di vita freddo e privo di amore, che fa soffrire intimamente, che rende le persone depresse croniche, dipendenti da sonniferi e psicofarmaci già in giovanissima età, ma ti viene presentato come l’unico modo possibile di vivere, emozioni e voglie senza profondità né libertà di scelta…

La musica di Mozart ti seduce con la bellezza, con l’armonia. Ti suggerisce che un mondo armonioso, dolce, buono è possibile e soprattutto non è noioso, ma anzi, è infinito, destabilizzante, sorprendente, allegro. La pace è possibile, si basa sull’avere un tenero sguardo misericordioso sulle vicende umane. Si fonda laicamente sul voler essere insieme “tutti contenti”, e spiritualmente sul saper cogliere l’armonia infinita che percorre tutti i nostri attimi presenti, di cui siamo impastati, perché siamo creature fatte e volute per amore.
A volte, la musica di Mozart si vela di purissima malinconica nostalgia. Lui non la esprime con gli eccessi patetici o sconvolgenti della passione romantica, no, lui va all’essenziale, ad un discorso musicale fatto di note isolate, perse nell’atmosfera, talmente pure e scarne, altissime.
Mozart ha ricevuto in dono dal cielo la grazia di saper testimoniare per sempre, che quell’armonia essenziale, malinconica o gioiosa, è possibile.
È possibile! L’ha scritta un uomo, anzi, un giovane uomo dalla vita abbastanza pasticciata, al di là delle troppe leggende. È stato un uomo giovane, laico, semplice, a scrivere queste note che ci parlano di armonia gioiosa o della nostalgia della sua apparente assenza, e allora questo significa che questa armonia di pace è dentro tutti noi.
Io sono certa che Mozart non è quel genio assoluto (e dissoluto) unico e irripetibile, che tanti conoscono dalle leggende sul suo conto. Mozart semplicemente ha usato il suo talento, che era dire al mondo che essere felici è possibile, e la felicità si basa sulla gioia desiderata, voluta e scelta, sulla ricerca anche addolorata e spersa dell’armonia che regola ogni cosa umana, sul perdono benevolo, sulla voglia di giocare come i bambini, sulla pace frutto dello sguardo misericordioso reciproco (penso al finale delle Nozze di Figaro, solo per dare un esempio evidente).
Anch’io posso essere Mozart. Nella mia vita quotidiana. Mi basta non accontentarmi di niente di meno dell’armonia pura e altissima che dona senso e frutto alla vita quotidiana. E se non la riesco a cogliere, se vivo nel dolore e questa ricerca mi è proprio impossibile, almeno sentirne la nostalgia, la sete, ripetermela dentro, continuare a sentire e a credere che non solo esiste, ma è possibile.
Ad ognuno la scelta di scrivere la parola armonia con l’iniziale maiuscola o minuscola.

In piazza San Carlo, durante i concerti e le sinfonie, le persone non esperte dei riti e delle necessità d’ascolto della musica esprimono il loro entusiasmo anche in momenti poco adatti, per esempio con gli applausi tra un movimento e l’altro.
Lo so. La regola vorrebbe (e giustamente) che ci sia silenzio fino alla fine del concerto.
Ma quell’applauso spontaneo a me dice che qualcuno, anzi forse in tanti, in una sera qualsiasi d’estate, grazie all’ennesimo miracolo della musica di Mozart, hanno sentito dentro qualcosa smuoversi. Forse solo l’ammirazione o la commozione.
Io spero e prego che sia la nostalgia.
La nostalgia acuta, purissima e straziante di quell’armonia possibile, che improvvisamente, una sera d’estate qualsiasi, ti seduce, e ti fa mettere in viaggio per cercarla e per farla, tutto il resto della tua vita.

(Wolfgang Amadeus Mozart, concerto per pianoforte e orchestra k488, secondo movimento, adagio)
https://m.youtube.com/watch?v=mf711o8jAQA

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Dell’Incapacità di essere infelice. Wolfgang Amadeus Mozart, Teutsche K605.

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Stamattina ho incontrato il mio amico e fratello Mozart in una delle sue più divertenti interpretazioni. È accaduto quasi per caso, ascoltando un brano proposto da un’applicazione dedicata al calendario dell’Avvento, ogni giorno una proposta musicale in tema, ça va sans dire, del Natale che si avvicina. La Teusche K605, meglio conosciuta con il termine inglese, Three German Dances, le Tre Danze Tedesche.
Quando Mozart compone su commissione, o per l’imperatore, come Compositore di corte, oppure per pagare i debiti, per necessità, ha su di me una straordinaria forza emotiva, di partecipazione e commozione. Non so come dire, è come se sentissi nell’andare della sua musica, nonostante l’apparente obbedienza alle regole imposte dal committente o dalla situazione, una potentissima, travolgente forza ribelle, libera e alta sulle cose e le regole del mondo, che non si piega e non si addomestica, nonostante tutto. Ma in Mozart, grande precursore della non violenza e laico profeta della misericordia e della compassione, questa ribellione non avviene in modo pesante, appunto, violento: è una ribellione che non si oppone, bensì usa il linguaggio di chi vorrebbe imprigionarlo dentro limiti e regole definite, per rivoluzionarlo da dentro, e lo fa con una risata semplice, da bambino che si fa coinvolgere dal gioco, che sa già di avere vinto, proprio perché essendo bambino, lui sa ancora giocare, mentre i grandi non sanno più come si fa.
Questa ribellione lieta, leggera, è meravigliosa. La senti, ti provoca nelle note scivolose della Schlittenfahrt (La Corsa delle Slitte), la terza delle tre danze, la più bella, ti fa sorridere nel cuore, ti sveglia l’anima all’ottimismo, alla reale possibilità dell’uomo piccolo e umano di vivere ogni attimo della propria esistenza con quella sacra leggerezza che sconfigge ogni tentazione del male e dell’egoismo, che supera ogni possesso, ogni grigia regola di auto-affermazione ed egocentrismo. Non è la danza sfrenata, non è perdere il senno e slanciarsi un uno stordimento umiliante, no, è una vera e propria, semplice, luminosissima presa di posizione per la felicità. È un’armonia senza ricatti psicologici o morali, nè estremismi di sorta, è una consapevolezza del bene che io posso essere e fare strana, perchè non fa dichiarazioni o prediche, e non detta regole…
…Anche la fede. Anche la fede, vissuta con questa leggerezza, diventa un vivere “alto”, sempre in Cielo, nonostante dolori, delusioni e amarezze.
Sto parlando di incapacità di essere infelice. Capita. Non ci riesco, quando sprofondo sto un po’ a straziarmi, e poi è come una forza misteriosa che mi spinge su, presto, di nuovo a respirare, e volo via, e mi sento rinnovata.
Incapacità di essere infelice. È come se io avessi bisogno di insistere, aggrappata al mantello di un Padre talvolta distratto, finché non ci ascolta, e invece se passa una farfallina colorata divento entusiasta, ringrazio, saltello, danzo… E l’insistenza, la pazienza, la coerenza, la solidità, che sarebbero necessarie a detta di tanti, per riuscire a convincere, ad essere ascoltati… Povera me, svaniscono via come i brillini delle fate dei cartoni animati da bambini…
Padre mio, prendila come un’estrema prova di fede. Talmente sicura del tuo sguardo sulla mia testa riccia e ribelle e svolazzante…
Vi invito all’ascolto di questa semplicissima triade di danze per feste, soprattutto la Schlittenfahrt. Vi invito a mettervi alla prova, a lasciarvi andare non dico alla “felicità nonostante”, basta solo anche immaginare la possibilità di lasciarla entrare nelle nostre vite, e a commentare qui sul blog, dopo l’ascolto.
http://m.youtube.com/watch?v=Y5RcVoqCLls

L’immagine: Un Angelo invita i beati a danzare, nel Giudizio Universale di Beato Angelico.

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G.

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Se chiudi gli occhi vedi la strada dei Picchi
E se stringi la mano, senti nella tua
Quella piccola, fiduciosa,
Di Susanna.
Abbiamo la foto, tu e lei che camminate avanti,
Il nonno e la bambina.
Un solo slancio verso di te,
Che te ne vai in silenzio,
E più non senti, e non comprendi,
E sei sordo e muto, colmo d’Amore che ti avvolge
E ti protegge, nonostante il vuoto:
Grazie.

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Attimi Presenti (Sonata per pianoforte n. 32 op. 111 in do minore di Ludwig van Beethoven)

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Attimi Presenti (Sonata per pianoforte n. 32 op. 111 in do minore di Ludwig van Beethoven)

Mentre Susanna fa i compiti di matematica, io ho ho appena riaccompagnato il mio allievo, e mi preparo a trascorrere una mezz’ora di relax, prima di cominciare a preparare la cena… Mi siedo, preparo il materiale che sto studiando in questi giorni, ma mi prende la febbre della musica, e devo per forza fermarmi ed ascoltare “qualcosa”. “Qualcosa” (un je ne sais quoi) che mi parli del tempo che vivo e nello stesso tempo del tempo che sto cercando, una traccia che mi faccia camminare sul confine passato-futuro, quindi eternamente presente, il postino che suona il campanello e mi porta notizie nuove destabilizzanti… E io con la bocca aperta che non so se mi ricorderò subito di ringraziare…
Ok, nessuno suona il campanello, allora musica.
Scelgo il secondo movimento della sonata n.32 in do minore opera 111 per pianoforte di Ludwig van Beethoven, quello che si chiama “Arietta. Adagio molto semplice e cantabile”.
Questa sonata contiene al suo interno una gemma, un tesoro. Siamo verso i 6 minuti e 20 secondi, più o meno, ma se volete ascoltare non saltate fino a lì, subito. Fatevi coinvolgere dalla pazienza e ascoltate dall’inizio: la sorpresa sarà ancora più emozionante.
L’inizio è stentato, arduo. Non so dove avevo letto che Beethoven incarna la fatica della creazione artistica. Gira, rigira sulle note, come a cercare palesemente una via d’ispirazione, una certezza che lo porti avanti. Cerca, cerca. Cambia un po’, ritorna. Sembra abbia incontrato le note giuste, necessarie, poi non è così, e cerca ancora. È straordinario come la sua ricerca avvenga all’ascolto di tutti, dai suoi contemporanei e per sempre noi tutti testimoni del suo ostinato cercare. È che lui lo vuole dichiarare, lo vuole rivelare, che è faticoso il viaggio. È scontroso, diretto, nel suo svelarsi. È il contrario di Mozart, che aveva l’armonia come talento di nascita, l’aveva dentro e la sapeva riconoscere, e aveva le musiche nella sua testa, ne aveva talmente tante, e talmente chiare e luminose, che la vita concreta, poi, così radicalmente opposta all’armonia che inseguiva dentro, a volte era così complicata…
Ma sto divagando. Ancora una cosa, però. Mi sembra quasi che se paragoniamo Mozart e Beethoven agli apostoli di Gesù, se Mozart è Giovanni, Beethoven è sicuramente Pietro.
Ecco il tesoro nascosto. Dicevo, più o meno al 6 minuto e 20 secondi, più o meno, la musica si trasforma in modo radicale, assolutamente sorprendente, assolutamente DE-STABILIZZANTE. Ascoltate. Inizia un vero e proprio swing modernissimo, sembra di essere catapultati improvvisamente in là nel tempo, XX secolo, anni 50, ma la sorpresa ti slancia, gli ieri e gli oggi non valgono più, la confusione e la bellezza sono al punto massimo…
E sono piena di gratitudine.
De-stabilizzando le mie certezze storiche-spazio-temporali, Beethoven mi sprofonda a vivere l’Attimo Presente.
Quasi 18 minuti di meditazione profonda, di preghiera… Attimi presenti che si fondono in mille e mille attimi presenti della storia, e mi sento piccola piccola, e nello stesso tempo protetta, voluta, amata.
Mi viene in mente la parola Misericordia. La Misericordia divina, che mi raccoglie, piccola e fanfarona come sono, e mi regala tutti questi attimi, e tutti gli attimi futuri e passati, e l’armonia, e la musica, e…
E il sorriso di Susanna che mi chiede di guardarle i compiti di matematica. Ecco il mio prossimo, felice, Attimo Presente.