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Io vivrò tutti i doni.

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L’acqua scorre.

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L’acqua scorre, come il vento oltrepassa,
Accarezza, 

I miei capelli grondano necessità 

Nella mano lavano

Lacrime.
L’acqua scorre 
Fianchi e schiena, ventre e viso mio

Sorrido e tremo,

Ascolto lo scroscio

Del tempo.
L’acqua scorre e respiro ancora,
E dico eccomi,

Eccomi, vita,

Sappi che non rinuncerò 

all’imperfezione.

La fragilità dell’altro.

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So che la cosa migliore sarebbe appoggiare i miei capelli biondi su un cuscino di velluto azzurro,

e piangere, non in silenzio,

fino a vedersi aprire le finestre sulla giornata di sole e sugli alberi macchiati d’autunno

e rialzarmi.

Ma questo non varrebbe la pena,

se non sapessi che trovi un posto adatto per piangere anche tu.

Magari sul tavolo dove ti addormenti la sera, per lasciare più posto nel divano a tua figlia,

o meglio, nella trasparenza del tuo caffè la mattina,

quando hai compagno solo il tuo intimo silenzio, e sei tutto con te.
Vorrei risolvere questo momento, dicendo al tempo: vai pure, so cosa fare, e invece

devo lasciargli lo scettro,

sono orgogliosa però che non abbiamo lasciato cadere la notte,

queste sono solo le ferite dopo il precipizio, ma siamo già risaliti.

Ma siamo già risaliti.
Mio sposo, l’amore è amare seppure intrisi 

della fragilità dell’altro, non tanto della propria,

anche la tua e la mia insieme, 

diventano una.
 

La miopia dei sogni.

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Ricordati di quando andavamo a letto alle due di notte
per combattere insieme
la miopia dei sogni. Mai finora i contorni si sono fatti chiari, 

le braccia si sono tese, le mani hanno toccato,

ghermito la lampada piena d’olio,

non ancora le nostre gambe si sono alzate e hanno camminato

in una strada che era proprio quella, a passo

Ritmato e testardo.

Sì, testardo.

Ieri sera, stasera, oggi forse,

siamo sulla via, siamo in movimento,

evolviamo e risolviamo,

Sarà oggi, forse, certamente.
Cosa pensiamo che sia, la fede? 
La fede del chiederti tre volte: mi ami tu, mi ami?

Mi ami, tu?

La fede del rispondere ti amo.
La condiscendenza discreta che si fa persona

in mezzo a noi, il paio di occhiali

che ci indica i contorni delle stelle,
lampi finalmente duraturi,

giorni di respiro

nelle notti di temporale. Cogli ti prego il per favore silenzioso,

irradiato nel tuono forte sopra la casa.
Pace, pace cerco, (domandiamo?)

pace, un frammento di stella caduto

per specchiarci, 

di sicurezza.
  

Non era quello che volevo dire.

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Nel correre questi anni

Qualche volta ti guardo allo specchio

Vorrei prendermi cura di te.

Vorrei vederti sotto le luci, splendente,

Come meriteresti, 

I capelli che volano, la pelle trasparente, gli occhi che si illuminano

E si chiudono umili nel canto.

So che hai paura che il teatro chiuda il portone prima del tuo arrivo,

Oppure temi di arrivare stanca e trafelata, all’ultimo momento,

Salire sul palcoscenico e tutti delusi e indifferenti,

Perché sei stanca, non hai fatto in tempo a truccarti, 

Le ferite della vita e i suoi brividi felici comunque ora incidono,

Non poco, disegnano.

E lo so che vorresti una voce amante che ti rassicuri: sei bellissima,

Ogni respiro di oggi è vita vissuta, vita che ti rende speciale, vita,

Vita e amore, tanto, tanto,

Da morirci intanto che corri

E non sai se arrivi in tempo,

A cantare a teatro.

(Messaggio strano del t9, invece di stanca, mi ha scritto: santa. Io l’ho corretto, non era quello

Che volevo dire, ma

La strada è stata scelta da tempo, 

Ed è tempo di ricordare i girasoli, di illuminare quello che è stato, ciò che hai visto e seminato, e i frutti che hai colto, e i sorrisi e le vittorie, e gli scarti, e le provvidenze, è quello che sarà, 

Perché ne hai ancora da correre, 

Amica mia.)

  

Il giorno della regina Ester

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Ora chino la testa per pregare, e le mie ginocchia sono 

corone di spine, e le stringo con le braccia,

e dondolo sulla schiena, intonando il mio pianto

da bambina.

Poi la mia richiesta sfrontata 

da madre.

Ti abbraccio intenerita, infine,

da amica.

Ora rendo le mie mani tese come 

il filo colorato dei ricami

delle speranze, dei sogni, delle preghiere accennate a parole

e pensate per millenni di attimi, 

e attese, 

su piedi umiliati e testardi,

e occhi sospesi,

a cercare risposte,

da sposa.

Ecco, oggi è il giorno della regina Ester, nello spazio esteriore,

invoco e appoggio il mio capo tremante

sulle spine intrise del tuo sangue benedetto, sulla nuda terra, io regina di niente, mi immergo.

E non so sperare, so solo pregare, prego due parole e poi non so più.

Il mio vestito è macchiato di rosso, e il mio cuore frulla e ho freddo,

e ho paura, 

bambina, madre, amica, sposa e regina.

La corona rotola, i capelli si sciolgono, la voce si smorza, la schiena si piega, tengo stretto il mio amore anche se fosse lui, la spina più infetta.

A te, guarire: inviare angeli e germogliare speranze, a te, sangue mistero del nostro sangue ribelle.

Io, resto qui, 

finché tu 

non ti muovi.



L’attimo prima del miracolo.

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L’attimo prima del miracolo
quando non sai se credere alla gioia,
non sai se cogliere la speranza
che ti germoglia in cuore…
il senso di vertigine,
l’entusiasmo ed il silenzio,
la musica che smette.

E poi riprende.

Hai aspettato tanto,
mancano le parole, il respiro,

il più timido grazie del mondo,
vorrebbe esplodere in una vita di gratitudine.
Invece
la speranza
ascoltata,
è silenziosa, delicata…

un urlo sconnesso di gioia
che si fa canzone.

Perchè è così infinitamente incerto
e fragile
l’attimo prima

del miracolo.

(Musica: “C’è tempo” di Ivano Fossati. Immagine: Giotto, La dormizione della Vergine)

http://m.youtube.com/watch?v=N9NfWWVumaU

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