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Il perdono della gatta (buona sia la tua notte).

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​Adesso lascio

Che tutte le parole buone vincano 

Sulle ombre cattive della memoria.

Adesso lascio 

Che la vita continui oltre te,

E non ti blocco nei miei pensieri.

Adesso lascio languire

Affamato, ogni dolore, fino a che non muoia.

Adesso lascio gioire la mia anima

Di una ritrovata libertà. 

Adesso vedo il tuo giudizio piccolo ed inutile,

Rispondo alle tue rigidità con la mia soffice tenerezza,

Entrambi nasciamo da un dolore, e vedo in te le conseguenze

Del non conoscere l’Amore. 

Adesso accolgo in me che scelgo di perdonarti

Adesso accolgo in me che posso non pensarti.

Adesso ti saluto,  mi congedo, buona sia la tua notte.

E la gatta amorosa volò via, per mille altre avventure,

Prima di tutto andò a cantare alle nuvole notturne, flessuosa di gratitudine, 

Poi alla luce calda dei suoi amici lupi.

E tu non puoi seguirla.

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Allora questo silenzio si impregna di musica.

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E allora questo silenzio si impregna di musica,
e non piango più per le tue spalle voltate,

per la tua indifferenza.
Onde di luce sovrastano una realtà di attesa e fatica,

Piogge di nuvole ammorbidiscono i no, i forse e gli aspetta,
La nostra felicità non è meno reale del tuo egoismo,

(Ma non te ne accorgi, hai le spalle voltate, vedo

La linea della tua scoliosi, 

quanti inchini al nulla, occhiali appannati puliti con banconote eccedenti.)

Mentre il nostro silenzio si impregna di musica,
Le nostre mani si stringono all’Amore.

(Che poi, nulla è nostro, nè mani nè lacrime,

Nè l’amore o la musica, 

nè le parole

nè il silenzio.)

Anche questo sabato (non ho paura della pace)

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Non ho paura della pace,
in mezzo al pianto spezzato dei bambini morti, 

cerco mani da stringere.
Non ho bisogno di distruggere i colpevoli,

desidero acqua, pane, giustizia,

una carezza, 

senza secondi fini politici.
Una donna abbraccia la sua bambina in mezzo alla polvere

in fondo al mare sono ancora abbracciate,
mentre il mondo riempie i supermercati e le spiagge e le discoteche

anche questo sabato.

Voci per la pace.

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È una cosa piccolissima, ma mi fa molto piacere mettere a servizio del Giorno della Memoria le mie poesie. Nel comune di Villar Focchiardo, nell’ambito di una serie di iniziative dedicate al giorno della memoria, il 29 gennaio alle ore 21 reciterò le mie poesie in un recital insieme al gruppo musicale de I Dolmen. Così, tanto per condividere con voi. 

 

Il mio silenzio ti interpella? (Ultime meditazioni sulla pace, sulla guerra). 

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L’inizio di tutte le guerre sono le persone che pretendono Silenzio, ordine, tranquillità.

Rispetto degli spazi, regolarità degli orari,

Sentirsi protetti, sentirsi importanti.
Quando incontri un essere vivente, indifeso di fronte a te,

E spontaneamente fai i calcoli di quanto ti costa in denaro amarlo come si conviene.
È sempre troppo, costa sempre troppo, un essere vivente costa una cifra

Indescrivibile.

Che rabbia che ci sei. Mi costi, mi costi, mi dai fastidio.
L’inizio della guerra è l’esistenza di un debole? 

La fine della guerra è l’eliminazione dell’elemento debole,

Nel ripristino della regolarità? 
Io chiedo, a voi, io ho il cuore che urla,

E non ho nessuno, più nessuno,

Che mi accoglierà.
—————
Io sono venuto a portare il fuoco su questa terra.

D’ora in poi, il tempo della realtà.
Ti vedo schiacciare la vita dei più piccoli

Sono la testimone invalida e sconfitta,

Perché amo chi aggredisce, gonfio del suo egoismo.
——————-
Il mio amore aveva un giardino,

Con cura lo teneva, con gelosa cura.

Un giorno arrivò un cane, scodinzolava

E il mio amore lo accarezzò, gentile,

Disse: che carino che sei, vieni in braccio.

Lo prese, e lo portò fuori dal giardino, e chiuse bene il cancello,

Era più importante la bellezza del suo giardino,

Dell’amore di un cagnolino.
——————-
Accoglienza è la parola

Da con-fondere con Pace.

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Dimmi cos’è la pace! Pace è tranquillità?

Adesso che l’hai ottenuta, 

Tu sei tranquillo,

Ma qui nevica dolore.
Urlami cos’è la pace! 

Cos’è la pace, 

Un vincitore e uno sconfitto, un compromesso, uno di noi due

Che cerca di dimenticare.
La neve muta del mio dolore copre le crepe subdole del suolo

E ci vorrà del tempo.
Io so cos’è la pace, è straziarmi il cuore,

Portarlo dall’altra parte, per riuscire a sentire misericordia di te,

Braccia aperte, 

arrese 

all’amore che provo per te.

——————

In una guerra, qualcuno deve rinunciare

Perché torni la pace.
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Ma tu, sei in pace? 

Il mio silenzio ti interpella? 

La pace nasce dal silenzio, o dall’umiliazione,

La pace nasce dalla verità?
Il mio silenzio ti interpella? 

Ma tu, sei in pace?

Un silenzio domato. (Hai presente quando pensi la pace?)

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Hai presente quando pensi la pace?E ti immagini prati verdi e fiorellini, bambini

Che si tengono per mano, cieli azzurri, sorrisi, 

Sollievi, abbracci, riconciliazioni, 

Il Rassicurante Lieto Fine,

Il “ti voglio bene, anch’io”, dei telefilm americani,

La torta di cioccolato in tavola, 

Le armi bruciate, e tutti fratelli e sorelle,

Hai presente quando pensi la pace, 

E credi che la pace sia così.
Non è vero. La pace è un fuoco dentro che dilania,

È accettare una necessaria ingiustizia, 

Quindi è mentire, accettare compromessi che provocano vittime,

La pace che ho sperimentato è il dolore,

È solitudine, cos’è la pace,

È dolore, è solitudine.

È 

un silenzio 

domato.

L’inizio della disillusione.

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Con questa poesia inizio una serie di meditazioni in poesia sul significato della parola pace. Pace in senso planetario, sociale, e pace nel senso intimo, dialogico, di incontro doloroso con l’altro. 
L’inizio della disillusione è un attimo rubato,L’accorgersi di non essere più insieme,

Il distacco, scoprire nell’altro un egoismo,

Una mancanza d’amore che ti strazia.
L’inizio della guerra quotidiana è in questo freddo che deriva

Lentamente, tranquillamente, come niente mai fosse stato,

Un piccolo vivente chiassoso che non chiedeva altro

A noi, che di essere amato.
E nel mio tornare indietro c’è un dolore nero, acuto, 

Solitario, 

Necessario. Ora, se per la pace

È necessario eliminare il ciuffo di rami spogli

Che disordina l’aiuola, 

Se per la pace questo si deve fare, io l’ho fatto,

E pace sia in questo microcosmo familiare,

Ma non in me, 

Non in me,

La pace a volte richiede

Una morte silenziosa, solitaria,

Senza ritorno.

La tua pretesa.

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Nelle preghiere inesauste di una vita,Nel peregrinare tra strade strette strozzate

Perdendo il fiato, anche senza mai

Senza mai vedere, solo correre e annaspare

Nelle lacrime spesse e dolorose delle mattinate in solitudine,

Nelle lacrime soffocate, non viste, mangiate con i sussurri

Delle periferie delle nostre 

Inesauste preghiere,

In questo silenzio supponente, sfiancante, inutile,

Nella sempre più stanca debolezza, nell’aumentare delle medicine,

Nella ostinata resistenza, nella nostra ingenuità a pensarti buono, 

Nella nostra inettitudine a farci ascoltare, 

Nella sordità della tua indifferenza,

Nella nostra umiliazione, nel nostro dover sempre pagare il conto,

Nell’ipotesi non provata di quella che chiamano la tua misericordia,

Nell’ospedale da campo del mio cuore, dilaniato

Dalle grida altissime di tutti i morenti, i morenti,

I feriti, la mancanza, grigia e ferma d’amore,

Nell’immaginarsi disperato del bambino solo, che qualcuno 

Ci sia, anche non visto, a pensare a te, a non abbandonarti,

Nello smaniare parlando da sola, impazzita a cercare miracoli

Che ormai so dati a caso, senza una vera cura, noi condannati

A restare invisibili, senza amore, perché così ti va,

In tutto questo dolore spalancato,

Comprendo in me:

Sei Tu, 

Sei Tu che hai bisogno

Di essere perdonato da me.

  

Gli applausi inopportuni.

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Sono cinque giorni che viviamo in attesa e preparazione della sera. Organizzazione e cena al sacco, è necessario arrivare non dopo le sei per potersi sedere di fronte al palco e aspettare tre ore e mezzo, perché i concerti iniziano alle ventuno e trenta.
E poi Torino. Piazza San Carlo accogliente ed elegante, le vie del centro affollate, i turisti che passano e si fermano, piacevolmente sorpresi. È il Festival dedicato alla musica di Mozart.
E Mozart è uno spiritello insolente e delicatissimo, beffardo e gentile. Ti provoca, ti mette al muro e non ti lascia scampo, ti ipnotizza e fa di te quello che vuole, e tu diventi morbido come una nuvola, e ti lasci sedurre.
In questi tempi dove sembra che non si possa comunicare né informare, né esprimersi “artisticamente” senza essere prepotenti e aggressivi, dove ti insegnano fin da bambini che la persona degna di ammirazione è colui o colei che sa imporsi non importa con quali mezzi, che si fa ricco di denaro e chiude gli occhi con indifferenza di fronte alla sofferenza dei piccoli, che sviluppa una noncuranza ai sentimenti, anzi, agli affetti, per seguire uno stile di vita freddo e privo di amore, che fa soffrire intimamente, che rende le persone depresse croniche, dipendenti da sonniferi e psicofarmaci già in giovanissima età, ma ti viene presentato come l’unico modo possibile di vivere, emozioni e voglie senza profondità né libertà di scelta…

La musica di Mozart ti seduce con la bellezza, con l’armonia. Ti suggerisce che un mondo armonioso, dolce, buono è possibile e soprattutto non è noioso, ma anzi, è infinito, destabilizzante, sorprendente, allegro. La pace è possibile, si basa sull’avere un tenero sguardo misericordioso sulle vicende umane. Si fonda laicamente sul voler essere insieme “tutti contenti”, e spiritualmente sul saper cogliere l’armonia infinita che percorre tutti i nostri attimi presenti, di cui siamo impastati, perché siamo creature fatte e volute per amore.
A volte, la musica di Mozart si vela di purissima malinconica nostalgia. Lui non la esprime con gli eccessi patetici o sconvolgenti della passione romantica, no, lui va all’essenziale, ad un discorso musicale fatto di note isolate, perse nell’atmosfera, talmente pure e scarne, altissime.
Mozart ha ricevuto in dono dal cielo la grazia di saper testimoniare per sempre, che quell’armonia essenziale, malinconica o gioiosa, è possibile.
È possibile! L’ha scritta un uomo, anzi, un giovane uomo dalla vita abbastanza pasticciata, al di là delle troppe leggende. È stato un uomo giovane, laico, semplice, a scrivere queste note che ci parlano di armonia gioiosa o della nostalgia della sua apparente assenza, e allora questo significa che questa armonia di pace è dentro tutti noi.
Io sono certa che Mozart non è quel genio assoluto (e dissoluto) unico e irripetibile, che tanti conoscono dalle leggende sul suo conto. Mozart semplicemente ha usato il suo talento, che era dire al mondo che essere felici è possibile, e la felicità si basa sulla gioia desiderata, voluta e scelta, sulla ricerca anche addolorata e spersa dell’armonia che regola ogni cosa umana, sul perdono benevolo, sulla voglia di giocare come i bambini, sulla pace frutto dello sguardo misericordioso reciproco (penso al finale delle Nozze di Figaro, solo per dare un esempio evidente).
Anch’io posso essere Mozart. Nella mia vita quotidiana. Mi basta non accontentarmi di niente di meno dell’armonia pura e altissima che dona senso e frutto alla vita quotidiana. E se non la riesco a cogliere, se vivo nel dolore e questa ricerca mi è proprio impossibile, almeno sentirne la nostalgia, la sete, ripetermela dentro, continuare a sentire e a credere che non solo esiste, ma è possibile.
Ad ognuno la scelta di scrivere la parola armonia con l’iniziale maiuscola o minuscola.

In piazza San Carlo, durante i concerti e le sinfonie, le persone non esperte dei riti e delle necessità d’ascolto della musica esprimono il loro entusiasmo anche in momenti poco adatti, per esempio con gli applausi tra un movimento e l’altro.
Lo so. La regola vorrebbe (e giustamente) che ci sia silenzio fino alla fine del concerto.
Ma quell’applauso spontaneo a me dice che qualcuno, anzi forse in tanti, in una sera qualsiasi d’estate, grazie all’ennesimo miracolo della musica di Mozart, hanno sentito dentro qualcosa smuoversi. Forse solo l’ammirazione o la commozione.
Io spero e prego che sia la nostalgia.
La nostalgia acuta, purissima e straziante di quell’armonia possibile, che improvvisamente, una sera d’estate qualsiasi, ti seduce, e ti fa mettere in viaggio per cercarla e per farla, tutto il resto della tua vita.

(Wolfgang Amadeus Mozart, concerto per pianoforte e orchestra k488, secondo movimento, adagio)
https://m.youtube.com/watch?v=mf711o8jAQA

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Per tutte le volte che non t’ho amato.

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Per tutte le volte che non t’ho amato
Per tutte le volte che non ti ho visto passare,
Stanco, confuso,
E credevo di avere tutte le risposte su di noi,
Io dono la mia vita a Te.

Eccola, la solita fanfarona,
Si arriccia e si gonfia come i suoi capelli,
È un’orsa scostante,
E si crede una tigre,
Diglielo tu,
Se ti sente.

(La fanfarona è la piccola orsa tra le tue braccia.)

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