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L’infinitamente lieve.

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Di Claudio Abbado mi hanno sempre colpito i movimenti piccoli, leggerissimi, della bacchetta. L’infinitamente lieve, impercettibile… Che differenza con il viso fermo, autorevole, quasi severo… Nei movimenti delle sue mani la musica prendeva forma con una sobria essenzialità, ma nei movimenti più piccoli c’era una libertà così fine, elegante…

http://m.youtube.com/watch?v=5tcE0hM1Gtc

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Altro da noi due. Ascoltando Michael Gettel, “Waiting” e “Glimmer of Hope” (da “The Key”)

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Sabato mattina.
La psicologa che sta conducendo il laboratorio per le coppie ci introduce in un’attività di meditazione. Al suono di questa musica (o un’altra molto simile), tocca a me per prima sentire che ti stai prendendo cura di me.
Le nostre mani si intrecciano, ed io chiudo gli occhi, mi lascio andare.
Armonizziamo i respiri, appoggio la testa sulla tua spalla, la musica fa dondolare il mio corpo come in una danza, tu mi segui, e io non riapro gli occhi.
Sono importanti i miei occhi chiusi, perché io sono una curiosa, in certi momenti la tentazione di riaprirli, di guardare cosa fanno le altre coppie, è veramente un solletico sottile e dispettoso.
Ma resto qui, ora, tutta per e con te.
Le mie ciglia accarezzano le mie gote, per tutto il tempo. Poi, quando appoggio la testa sulla tua schiena, come una bimba piccola, e mi stringo a te, le mie ciglia sentono il morbido del tuo maglione bordeaux, il tuo profumo e le tue mani che non mi lasciano.
Con te, posso fidarmi di restare ad occhi chiusi.
Sento che vorresti stringermi più di così, e ti faccio sentire che anch’io lo vorrei. È una promessa, un appuntamento segreto.
C’è la musica, la musica. Mi viene in mente, quando finisce la meditazione e, lentamente, ritorniamo al tempo e allo spazio del presente, che la musica in quel momento era come qualcosa oltre noi, che ci avvolgeva dolcemente, un esserci essenziale, divino, misterioso ma presente, che nasceva proprio dal nostro abbraccio, provocato dal nostro incontrarsi.
Altro da noi. L’Amore che ci ama è lo stesso Amore che ci unisce, una Persona viva, vera, che tiene insieme le nostre mani in uno spazio sacro ed eterno che si fonde con il divenire, nell’attimo presente.
Alla fine della meditazione, quando sediamo e condividiamo l’esperienza vissuta con gli altri, tu intervieni ricordando che queste cose già le facevamo, anni fa, tredici per esattezza (dodici quest’anno di matrimonio, e uno di fidanzamento). Ti sei ricordato, e io ho tremato di tenerezza.
I tuoi capelli erano neri neri, quando ti ho conosciuto. Adesso sono “sbriciolati”, come dice nostra figlia. Ma fa lo stesso, sono sempre tanti, e mi piace tirarteli quando ci abbracciamo.
Questo gesto ti fa ridere, e mi piace quando ridi.
Quanta strada, quanto giorno per giorno, in dodici anni di matrimonio. E sempre, quella Presenza viva, quell’Altro da noi, in noi, in mezzo a noi, a tenerci strette le mani unite, è Lui che ci obbliga, che non ci vuole lasciare andare.
Come quando tu suoni ed io canto, e di nuovo, sempre, nasce qualcosa di nuovo.
Altro da noi.
È la Creatività infinita dell’Amore Reciproco, sì, è questo, è proprio questo:
Stare ad occhi chiusi con il viso
Disteso sereno consolato
su di te.

http://m.youtube.com/watch?v=7k6jw0bwCmA

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Attimi Presenti (Sonata per pianoforte n. 32 op. 111 in do minore di Ludwig van Beethoven)

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Attimi Presenti (Sonata per pianoforte n. 32 op. 111 in do minore di Ludwig van Beethoven)

Mentre Susanna fa i compiti di matematica, io ho ho appena riaccompagnato il mio allievo, e mi preparo a trascorrere una mezz’ora di relax, prima di cominciare a preparare la cena… Mi siedo, preparo il materiale che sto studiando in questi giorni, ma mi prende la febbre della musica, e devo per forza fermarmi ed ascoltare “qualcosa”. “Qualcosa” (un je ne sais quoi) che mi parli del tempo che vivo e nello stesso tempo del tempo che sto cercando, una traccia che mi faccia camminare sul confine passato-futuro, quindi eternamente presente, il postino che suona il campanello e mi porta notizie nuove destabilizzanti… E io con la bocca aperta che non so se mi ricorderò subito di ringraziare…
Ok, nessuno suona il campanello, allora musica.
Scelgo il secondo movimento della sonata n.32 in do minore opera 111 per pianoforte di Ludwig van Beethoven, quello che si chiama “Arietta. Adagio molto semplice e cantabile”.
Questa sonata contiene al suo interno una gemma, un tesoro. Siamo verso i 6 minuti e 20 secondi, più o meno, ma se volete ascoltare non saltate fino a lì, subito. Fatevi coinvolgere dalla pazienza e ascoltate dall’inizio: la sorpresa sarà ancora più emozionante.
L’inizio è stentato, arduo. Non so dove avevo letto che Beethoven incarna la fatica della creazione artistica. Gira, rigira sulle note, come a cercare palesemente una via d’ispirazione, una certezza che lo porti avanti. Cerca, cerca. Cambia un po’, ritorna. Sembra abbia incontrato le note giuste, necessarie, poi non è così, e cerca ancora. È straordinario come la sua ricerca avvenga all’ascolto di tutti, dai suoi contemporanei e per sempre noi tutti testimoni del suo ostinato cercare. È che lui lo vuole dichiarare, lo vuole rivelare, che è faticoso il viaggio. È scontroso, diretto, nel suo svelarsi. È il contrario di Mozart, che aveva l’armonia come talento di nascita, l’aveva dentro e la sapeva riconoscere, e aveva le musiche nella sua testa, ne aveva talmente tante, e talmente chiare e luminose, che la vita concreta, poi, così radicalmente opposta all’armonia che inseguiva dentro, a volte era così complicata…
Ma sto divagando. Ancora una cosa, però. Mi sembra quasi che se paragoniamo Mozart e Beethoven agli apostoli di Gesù, se Mozart è Giovanni, Beethoven è sicuramente Pietro.
Ecco il tesoro nascosto. Dicevo, più o meno al 6 minuto e 20 secondi, più o meno, la musica si trasforma in modo radicale, assolutamente sorprendente, assolutamente DE-STABILIZZANTE. Ascoltate. Inizia un vero e proprio swing modernissimo, sembra di essere catapultati improvvisamente in là nel tempo, XX secolo, anni 50, ma la sorpresa ti slancia, gli ieri e gli oggi non valgono più, la confusione e la bellezza sono al punto massimo…
E sono piena di gratitudine.
De-stabilizzando le mie certezze storiche-spazio-temporali, Beethoven mi sprofonda a vivere l’Attimo Presente.
Quasi 18 minuti di meditazione profonda, di preghiera… Attimi presenti che si fondono in mille e mille attimi presenti della storia, e mi sento piccola piccola, e nello stesso tempo protetta, voluta, amata.
Mi viene in mente la parola Misericordia. La Misericordia divina, che mi raccoglie, piccola e fanfarona come sono, e mi regala tutti questi attimi, e tutti gli attimi futuri e passati, e l’armonia, e la musica, e…
E il sorriso di Susanna che mi chiede di guardarle i compiti di matematica. Ecco il mio prossimo, felice, Attimo Presente.