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E noi lo perdoniamo, per quello che di bene, nascosto.

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Vedi, scegliere la leggerezza

Dell’anima,  a volte, fa sentire il mondo

Troppo pesante.
Come ne usciremo? Fidandoci,  ancora una volta,

Del nostro primo sì. 
Non è facile, il mondo

Quando hai bisogno ti aiuta per un po’, poi si stufa, 

Comincia a giudicare senza conoscere, a tanti finti umani giusti,  sai,

Piace credersi e fare i padroni della vita degli altri.
Non so perché, forse il mondo li ha resi prigionieri 

Di un destino triste, fatto di grigiore stanco, di dita puntate 

Per estirpare il diverso, l’allegro,  la gioia.

Per invidia sottile, per conformismo facile,  

Per il silenzio del cuore, per le buone parole svuotate di senso,

Per lontananza estrema e inconsapevole

Da Lui.
Forse sbagliamo noi, anzi, certamente, 

Sbagliamo ad amarci,  quando il mondo ci vorrebbe divisi e rabbiosi, 

Sbagliamo ad insistere,  quando il mondo ci vorrebbe scoraggiati,

Sbagliamo ad essere sereni, quando il mondo ci vorrebbe disperati.
Quello stesso mondo che incontreremo stasera e ci ha voltato le spalle,

Questo stesso mondo artefatto, che rincorre se stesso,

e muore di continuo senza risorgere mai.
E noi lo perdoniamo, per quello che di bene, nascosto,

Resta in lui.

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Le pecore fuggite.

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​Non siamo santi, siamo le pecore scappate dal gregge,

Siamo artisti, guaritori feriti, umili musicisti degli angoli di strade

Dove solo pochi scelti possono passare; siamo imperfetti,

Più passa il tempo più moriamo di ansia, eppure, 

Più siamo saggi, più consapevolmente ci allontaniamo dal gregge.
Con l’occhio a te, per farci inseguire, riprendere, riportare, fare festa, rifuggire, 
Ancora una volta. 
Forse è il destino di chi tanto poco è stato amato,

Il voler sempre provare, se è proprio vero, vivendo in fuga,

Che tu ami e raggiungi.

Forse è il destino di chi ama la vita così tanto, e nel gregge non riesce a stare,

Forse,  il pastore insegue le fuggitive e lascia le altre, 

Perché è molto più divertente ed emozionante

Avere la possibilità di essere se stesso amandoci. 
Così ci immagino, 

ambedue lontani dal rassicurante, ottimo gregge,

In questo gioco di outsider, fuggitivi e inseguitore, 

Che finisce 

sempre  

Con una festa… no,

nel momento in cui ci porti in braccio,

Prima della nuova fuga.

Il mio silenzio ti interpella? (Ultime meditazioni sulla pace, sulla guerra). 

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L’inizio di tutte le guerre sono le persone che pretendono Silenzio, ordine, tranquillità.

Rispetto degli spazi, regolarità degli orari,

Sentirsi protetti, sentirsi importanti.
Quando incontri un essere vivente, indifeso di fronte a te,

E spontaneamente fai i calcoli di quanto ti costa in denaro amarlo come si conviene.
È sempre troppo, costa sempre troppo, un essere vivente costa una cifra

Indescrivibile.

Che rabbia che ci sei. Mi costi, mi costi, mi dai fastidio.
L’inizio della guerra è l’esistenza di un debole? 

La fine della guerra è l’eliminazione dell’elemento debole,

Nel ripristino della regolarità? 
Io chiedo, a voi, io ho il cuore che urla,

E non ho nessuno, più nessuno,

Che mi accoglierà.
—————
Io sono venuto a portare il fuoco su questa terra.

D’ora in poi, il tempo della realtà.
Ti vedo schiacciare la vita dei più piccoli

Sono la testimone invalida e sconfitta,

Perché amo chi aggredisce, gonfio del suo egoismo.
——————-
Il mio amore aveva un giardino,

Con cura lo teneva, con gelosa cura.

Un giorno arrivò un cane, scodinzolava

E il mio amore lo accarezzò, gentile,

Disse: che carino che sei, vieni in braccio.

Lo prese, e lo portò fuori dal giardino, e chiuse bene il cancello,

Era più importante la bellezza del suo giardino,

Dell’amore di un cagnolino.
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Accoglienza è la parola

Da con-fondere con Pace.

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Dimmi cos’è la pace! Pace è tranquillità?

Adesso che l’hai ottenuta, 

Tu sei tranquillo,

Ma qui nevica dolore.
Urlami cos’è la pace! 

Cos’è la pace, 

Un vincitore e uno sconfitto, un compromesso, uno di noi due

Che cerca di dimenticare.
La neve muta del mio dolore copre le crepe subdole del suolo

E ci vorrà del tempo.
Io so cos’è la pace, è straziarmi il cuore,

Portarlo dall’altra parte, per riuscire a sentire misericordia di te,

Braccia aperte, 

arrese 

all’amore che provo per te.

——————

In una guerra, qualcuno deve rinunciare

Perché torni la pace.
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Ma tu, sei in pace? 

Il mio silenzio ti interpella? 

La pace nasce dal silenzio, o dall’umiliazione,

La pace nasce dalla verità?
Il mio silenzio ti interpella? 

Ma tu, sei in pace?

La tua pretesa.

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Nelle preghiere inesauste di una vita,Nel peregrinare tra strade strette strozzate

Perdendo il fiato, anche senza mai

Senza mai vedere, solo correre e annaspare

Nelle lacrime spesse e dolorose delle mattinate in solitudine,

Nelle lacrime soffocate, non viste, mangiate con i sussurri

Delle periferie delle nostre 

Inesauste preghiere,

In questo silenzio supponente, sfiancante, inutile,

Nella sempre più stanca debolezza, nell’aumentare delle medicine,

Nella ostinata resistenza, nella nostra ingenuità a pensarti buono, 

Nella nostra inettitudine a farci ascoltare, 

Nella sordità della tua indifferenza,

Nella nostra umiliazione, nel nostro dover sempre pagare il conto,

Nell’ipotesi non provata di quella che chiamano la tua misericordia,

Nell’ospedale da campo del mio cuore, dilaniato

Dalle grida altissime di tutti i morenti, i morenti,

I feriti, la mancanza, grigia e ferma d’amore,

Nell’immaginarsi disperato del bambino solo, che qualcuno 

Ci sia, anche non visto, a pensare a te, a non abbandonarti,

Nello smaniare parlando da sola, impazzita a cercare miracoli

Che ormai so dati a caso, senza una vera cura, noi condannati

A restare invisibili, senza amore, perché così ti va,

In tutto questo dolore spalancato,

Comprendo in me:

Sei Tu, 

Sei Tu che hai bisogno

Di essere perdonato da me.

  

Luminose. (I bambini scatenati dopo la Messa)

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Rimanere luminose e diffuse in un Amore al quale abbiamo donato la vita

E dialogare di come donarsi, 

Un raggio di sole a ciascuna.

Nel sole, tutte, tutti insieme o nulla,

Nel ventre del sole, vicino al battito infinito del suo cuore, 

Tutte, tutti insieme, 

O nessuna.

(Chiedo scusa dell’umiltà che mi manca quando la passione mi brucia

E spalanco sottili tagli, come quelli della carta che solca in un attimo la pelle,

Ritrai dolorante la mano, ma su quella carta viveva una preghiera.)

Ma.

Ma così i bambini scatenati dopo la Messa si rincorrono, prima fanno due volte il giro della stanza, poi inevitabilmente aprono la porta, escono urlando di gioia, vanno al sole a giocare. Mentre il telegiornale ignorato in sottofondo alla cena sfonda il vetro del televisore, avverto nel cuore il dolore, le urla dei cristiani perseguitati, uccisi, cacciati, affamati, sperduti, e so che non possiamo più restare chiusi nel nostro piatto pieno, nella generosa elemosina.

No, non più.



Fino a ritornare svegli.

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Il momento in cui mi ero distratta
Non stavo respirando
Su di te non stavo contando
E sono sola, e la mia anima
Stanca, non vedi, che sembra un piccolo
Volo isterico,
Di un pettirosso striminzito?

Dal finestrino chiuso dell’auto in corsa
Non si sente la voce chiamare aiuto
E non fai mai in tempo a notare
Le tracce
Di sudore e vapore
sui vetri sabbiosi
Delle suppliche dei giorni precedenti.

È l’arrivo del primo tuono: fino all’addensarsi delle nubi,
Fino al fulmine più vicino,
Accade sempre tutto lontano,
Tutto di nascosto.

Ma il nascondersi,
Lo spingersi nel silenzio,
È lei, perfetta letizia, che regna?

Il momento in cui ci siamo distratti,
E abbiamo volato sbattendo disperati, come quel pipistrello entrato in casa nella notte, anni fa,
E sotto i colpi siamo diventati palline di pelo rattrappite dal terrore,
Dallo stupore,

In quel momento, qualcuno,
Invece di buttarci dal balcone,
Ci ha preso in braccio e ci ha cullato, piano,
E ci ha sussurrato canzoni,

Fino a ritornare svegli.

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La schiena di Dio (per Claudio)

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Davanti ai miei occhi, la tua schiena
Voltata
Apposta
Perché non vuoi incontrare il mio sguardo,
Perché sai che ti accuserei
E sai che ho ragione.

Travolto dalle lacrime io
Cammino sul ponte tibetano che precipita
E tu non allunghi la mano.

No, non ti volti.

Stuoli di umanità impazzita dall’incerto
Cerca nei secoli di spiegare
La tua ostinata sordità,

L’unica consolazione possibile è
Lo strepito soffocato
Dondolante come un folle rinchiuso
Nell’angolo della stanza imbottita
dell’assurdo:
Lo faccio perché ti amo.

(A naso in su, con un lieve tono
Di supponenza.)

Adesso, se hai il coraggio,
Affronta il mio sguardo limpido
E duro
Di padre
Che pretende.

E proponimi la tua versione
Dei fatti.

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