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Solo tu che sei una gatta.

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Dietro la legnaia c’ero anch’io,nella pioggia, femmina di nessuno, mamma spersa,

la verità si intravvedeva dallo sguardo: grande,

verde, diffidente, prezioso,

un infinito piccolo e svelato

un dono segreto, un orto concluso.

La scheggia del ghiacciaio è arrivata nel deserto,

per magia ha irrorato la sabbia, per caso vagabondava un semino,

e le due diffidenti si sono scambiate un patto eterno.

(Nelle suppliche della mia giovinezza no, tu non c’eri,

Tu sei natura, non eri ancora nata, sei natura e respiro,

Io non sapevo che saresti esistita).

Ma alla porta 

della mia nuova vita,

due gatti si amavano,

un cane cattivo mi prediligeva.

E io, che sono niente, 

così sto imparando negli anni l’amore.

Gli esseri umani fanno azioni darwiniane più o meno consapevoli, tutti i momenti, 

più o meno elaborate, intelligenti, spietate e gentilissime.

Per essere felici so per certo che a questo gioco non bisogna giocare, 

che è consigliato tenersi alla larga dai protagonismi, dai titoli di testa.

A volte pesa essere così violentemente liberi, e tu, sorella, 

Solo tu che sei una gatta, puoi comprendermi.
  

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Due nuvole.

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Siamo come le nuvole, il cielo è le sue mani,

Ci sbriciola e ci arrotonda, ci disperde e ci concentra, bianche, 

Nere, pesanti di tensione,

Ci scontra e poi ci lascia, ci accarezza, ci accarezza,

Tutti gli attimi noi non siamo più gli stessi,

Tutti i santi attimi noi non siamo più gli stessi, e guai a dire: cerchiamo di riposare,

Siamo nuvole, per noi non vale

Le parole: fermarsi, e riprendere fiato.

No! Via! Il vento!

Nelle sue mani, nelle sue mani, non altrove, non da soli,

Lo abbiamo promesso insieme,

Era l’otto dicembre e lo abbiamo promesso, che eravamo suoi,

Suoi e basta, e veramente mai di nessun altro, nemmeno nostri, l’uno dell’altro,

Solo suoi. 

Amore, aveva nevicato. 

E il cielo era tutto bianco, quel pomeriggio,

Le uniche due nuvole nelle sue mani

Eravamo noi.

  

Come guarire dalla stanchezza.

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Lungo il sentiero, la donna volava, e il vento del suo volo teneva alta la testa dei piccoli fiori di prato. Questo il giuramento, questa la magia. Se la donna si fermava a riposare, i fiori di prato perdevano il colore, rinsecchivano, si accasciavano nel verde guardandola con l’immagine dell’ultima speranza ormai inerte nelle pupille, nascoste tra gli stami.
La donna dava il suo volo finché stanca, sbandava, crollava a terra, sbatteva nei rami come schiaffi, sbagliava, si fermava.
Una notte trillante di lucciole estive il suo angelo la fermò, prendendola per mano. Adesso basta affannarsi, riposa, le sussurrò. La donna si guardò intorno, con il cuore pieno di angoscia. Se mi fermo, i fiori di campo moriranno, pianse, e i suoi occhi erano una preghiera nuova, che meravigliata diluiva se stessa nel vuoto infinito dello sguardo dell’angelo.
No, disse semplicemente l’angelo. La vita dei fiori non dipende dal tuo volo. Tu sei libera dai fiori e i fiori sono liberi da te. Ti restituisco la leggerezza dei tuoi gesti, ti riporto il sorriso del tuo sì.
Era vero. Nell’aria privata dal vento del suo volo, i fiori vivevano. Alcuni che dovevano morire, morivano. Alcuni erano già morti, ma il vento del volo della donna li tendeva verso l’alto. Lei aveva sempre pensato di dare loro la vita, invece stava solo sostenendo steli ormai secchi. La donna vide la verità, e ringraziò. I fiori ringraziarono e la donna e i fiori diventarono amici. Lei volava tra loro e loro con lei, ma da quella notte il volo era libero, sereno, fatto di vita e di morte, di movimento armonico, di profumi e danze.
L’angelo si appartò di nuovo, nella casa segreta delle lucciole, e suonava il violino per la donna e i suoi fiori.
Tutto questo è accaduto ieri sera, tutto.
Lacrime, fiori, danze e musica, angelo e donna.

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