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Luce.

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Senza sapere verso dove.                 (Francesco, è meglio seguire il servo o il padrone? )

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Tornare senza sapere verso dove,
Nel vento, tra gli ulivi, sfatto di lacrime

Liberarsi di quella stolta armatura,

Girare le spalle all’ombra del servo ignaro, 

e tornare, senza sapere verso dove. 
Sapere che le voci di alzeranno come caos nell’ombra

Contro di te, sapere che centinaia di dita ti indicheranno,

tutti credono di sapere cos’è giusto per te, e perché falliscono 

tutte 

le tue imprese…
Signore, cosa vuoi che io faccia?

Torna ad Assisi. 
Un sorriso nuovo nelle lacrime fragili,

Sul tuo cuore che non sa,

Mentre torni, senza armatura,

Senza sapere verso dove.

E noi lo perdoniamo, per quello che di bene, nascosto.

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Vedi, scegliere la leggerezza

Dell’anima,  a volte, fa sentire il mondo

Troppo pesante.
Come ne usciremo? Fidandoci,  ancora una volta,

Del nostro primo sì. 
Non è facile, il mondo

Quando hai bisogno ti aiuta per un po’, poi si stufa, 

Comincia a giudicare senza conoscere, a tanti finti umani giusti,  sai,

Piace credersi e fare i padroni della vita degli altri.
Non so perché, forse il mondo li ha resi prigionieri 

Di un destino triste, fatto di grigiore stanco, di dita puntate 

Per estirpare il diverso, l’allegro,  la gioia.

Per invidia sottile, per conformismo facile,  

Per il silenzio del cuore, per le buone parole svuotate di senso,

Per lontananza estrema e inconsapevole

Da Lui.
Forse sbagliamo noi, anzi, certamente, 

Sbagliamo ad amarci,  quando il mondo ci vorrebbe divisi e rabbiosi, 

Sbagliamo ad insistere,  quando il mondo ci vorrebbe scoraggiati,

Sbagliamo ad essere sereni, quando il mondo ci vorrebbe disperati.
Quello stesso mondo che incontreremo stasera e ci ha voltato le spalle,

Questo stesso mondo artefatto, che rincorre se stesso,

e muore di continuo senza risorgere mai.
E noi lo perdoniamo, per quello che di bene, nascosto,

Resta in lui.

Le pecore fuggite.

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​Non siamo santi, siamo le pecore scappate dal gregge,

Siamo artisti, guaritori feriti, umili musicisti degli angoli di strade

Dove solo pochi scelti possono passare; siamo imperfetti,

Più passa il tempo più moriamo di ansia, eppure, 

Più siamo saggi, più consapevolmente ci allontaniamo dal gregge.
Con l’occhio a te, per farci inseguire, riprendere, riportare, fare festa, rifuggire, 
Ancora una volta. 
Forse è il destino di chi tanto poco è stato amato,

Il voler sempre provare, se è proprio vero, vivendo in fuga,

Che tu ami e raggiungi.

Forse è il destino di chi ama la vita così tanto, e nel gregge non riesce a stare,

Forse,  il pastore insegue le fuggitive e lascia le altre, 

Perché è molto più divertente ed emozionante

Avere la possibilità di essere se stesso amandoci. 
Così ci immagino, 

ambedue lontani dal rassicurante, ottimo gregge,

In questo gioco di outsider, fuggitivi e inseguitore, 

Che finisce 

sempre  

Con una festa… no,

nel momento in cui ci porti in braccio,

Prima della nuova fuga.

Il temporale improvviso

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Il primo tuono scuote il battito del cuore,il ritmo è ancora lento, paziente,

non ho ombrello nella borsa.

Ma quest’acqua violenta sporcata dagli uomini è natura,

sei Tu,

della tua Presenza s’imbevono i miei pori, i miei capelli,

gli occhi senza trucco, le labbra, le unghie, 

e i vestiti non servono ad evitare il contatto

anzi, resteranno zuppi fino a casa.
Non ho tempo di dirti parole ordinate,

io corro,

ti bevo,

il temporale improvviso siamo.
E io sono felice quando respiro tutto in Te,

non ho bisogno di niente quando mi circondi e Ti assorbo,

nessuno mi può ferire, ai tuoi occhi non sono invisibile,

a te piace stare con me, a te piace stare con me.
E non posso nemmeno tenerti la mano.

Di essere invisibile me ne sono accorta presto.

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Di essere invisibile me ne sono accorta presto, quando nessuno si accorgeva dei lividi sulla faccia e sulle gambe,nel corpo di una gatta randagia ho vagato per questa vita fingendo superiorità sui dolori, 

ho finto di addomesticarmi per amore, per seguire Te,

Tu solo sai con quale naturalezza ricamo vita quotidiana sul niente

che sono.
Se mi tendi la trappola del cerchio, io ti ignoro, se insisti io soffio,

anche tu, che ti amo tanto, ti soffio, 

se insisti, se vuoi prendermi, ti soffio.
Gatta domestica, calda e presente,

Gatta randagia, ferita e fiera,
Invisibile sempre, invisibile trasparente,

Il dolore che non puoi sapere, è la più spessa nebbia.

Giovedì santo.

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Domani ci alzeremo presto, andremo a correre al parco.Ci sarà il sole, l’aria verde e delicata, e parleremo tanto,

Respirando ossigeno. 

Non vedremo le difficoltà, o forse sì, saremo a rischio angoscia,

guardando in avanti, cercando soluzioni,

Dio ci vuole qui.

Tu non sei d’accordo, io 

Scrivo poesie ogni giorno.

  

Martedì santo.

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Martedì passa la mattina veloce e povera,

ridendo.
La sera, nell’incresparsi

del tempo,

è breve.
L’attesa, la preghiera, il restare uniti, 

divagano nell’urgenza dell’attimo presente, uscire 

dalle nebbie. 

Poche tracce di Te, ma nelle parole,

Ti sto cercando,

Come una donna che corre

E ha i muscoli freddi.

Non è la morte, ingiusta.

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Non è la morte, ingiusta,
Esiste, nella natura, il ritmo di una canzone,
La sorpresa del finale.

Assurda non è la morte, anche quella di un giovane, anche quella di un bambino,

Crudele non è, la morte naturale.

Ingiusti siamo noi, quando anneghiamo tra le offerte del supermercato,

Mentre un altro bambino annega gettato da un barcone.

Siamo noi, gli assurdi, quando dimentichiamo

Ci distraiamo dal dolore dell’altro

Così facilmente

Che le guerre nel mondo possono continuare, tanto,

Non sono mica a casa mia.

Siamo noi i crudeli, che un giorno ricordiamo le vittime,

E il giorno dopo nascondiamo l’indifferenza

Nell’abitudine al nulla del mattino,

Nella stanchezza della sera.

 

Solo tu che sei una gatta.

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Dietro la legnaia c’ero anch’io,nella pioggia, femmina di nessuno, mamma spersa,

la verità si intravvedeva dallo sguardo: grande,

verde, diffidente, prezioso,

un infinito piccolo e svelato

un dono segreto, un orto concluso.

La scheggia del ghiacciaio è arrivata nel deserto,

per magia ha irrorato la sabbia, per caso vagabondava un semino,

e le due diffidenti si sono scambiate un patto eterno.

(Nelle suppliche della mia giovinezza no, tu non c’eri,

Tu sei natura, non eri ancora nata, sei natura e respiro,

Io non sapevo che saresti esistita).

Ma alla porta 

della mia nuova vita,

due gatti si amavano,

un cane cattivo mi prediligeva.

E io, che sono niente, 

così sto imparando negli anni l’amore.

Gli esseri umani fanno azioni darwiniane più o meno consapevoli, tutti i momenti, 

più o meno elaborate, intelligenti, spietate e gentilissime.

Per essere felici so per certo che a questo gioco non bisogna giocare, 

che è consigliato tenersi alla larga dai protagonismi, dai titoli di testa.

A volte pesa essere così violentemente liberi, e tu, sorella, 

Solo tu che sei una gatta, puoi comprendermi.