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Occhi aperti.

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Falso muro.

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Proseguendo alla cieca, ci spostiamo veloce a seconda del vento, forse evadendo la domanda essenziale – forse temendola.

È possibile che abbiamo vissuto millenni in un bosco illuminato da cespugli di fragole

cercando mele dai castagni seri e pazienti,

aspettando che l’uva piovesse dalla cima delle silenziose betulle,

lamentandoci dell’avarizia del bosco, l’avarizia.
Siamo noi che feriti, spaventati, malati vediamo nebbia,

e intanto il vento ha soffiato forte sopra un fiore, 

si è aperto 

e contiene il mare. 

 

Giovedì santo.

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Domani ci alzeremo presto, andremo a correre al parco.Ci sarà il sole, l’aria verde e delicata, e parleremo tanto,

Respirando ossigeno. 

Non vedremo le difficoltà, o forse sì, saremo a rischio angoscia,

guardando in avanti, cercando soluzioni,

Dio ci vuole qui.

Tu non sei d’accordo, io 

Scrivo poesie ogni giorno.

  

Martedì santo.

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Martedì passa la mattina veloce e povera,

ridendo.
La sera, nell’incresparsi

del tempo,

è breve.
L’attesa, la preghiera, il restare uniti, 

divagano nell’urgenza dell’attimo presente, uscire 

dalle nebbie. 

Poche tracce di Te, ma nelle parole,

Ti sto cercando,

Come una donna che corre

E ha i muscoli freddi.

Mentre cadiamo.

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Scegli noi, 

Nuotiamo controcorrente

Fino a lasciarci andare, sconfitti,

Verso le cascate.
Gli spettatori aprono la bocca, alzano le mani, 

Pochissimi si gettano nella schiuma dell’acqua per aiutare,

Moltissimi contano le loro sicurezze e si distraggono nel pensiero continuo 

e travestito 

di essere stati buoni a venire fin lì

A dispiacersi per i morenti.

E noi nuotiamo ancora un po’, ancora il sospiro di una novena,
E poi ci lasciamo andare, e sorridiamo

Ai fotografi incompetenti.
Eppure bastava solo un miracolo,

Ma il viaggio è comprendere

Scavando al vuoto, 

Che il sacrificio 

è il privilegio.
Tu ridi e tieni strette le tue sicurezze, dici meno male che non siamo noi, scuoti la testa preoccupato di mantenere le tue sicurezze, le tue sicurezze, Noi ci sciogliamo crollando dall’alto verso il fiume ingrossato, che va al mare, E ti cantiamo: noi abbiamo il privilegio della povertà, noi abbiamo il privilegio e adesso moriamo,

E tu, tu hai solo sicurezze.
Ma Signore, Padre buono, mentre cadiamo

cantiamo anche a Te, per un umano senso di giustizia: 

Qualche volta,

Sarebbe bello se tu intervenissi a fare a cambio,

E il privilegio a lui, al ricco: a noi,

Magari, anche una volta sola,

La decima parte 

delle sue sicurezze.
(meditando lo scritto di Santa Chiara “Il privilegio della povertà” . Scultura “Migranti” di Ciro )

  

Piccola attesa del miracolo.

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Sulla fronte rilassata dai pensieri scivola un ciuffo di capelli sfiora le sopracciglia,

sfoglio la pagina del libro, la luce fuori invita la piccola meditazione

come le tue chiare parole semplici arrivano all’essenza della chiamata sempre instabile

come le fusa della mia gatta felice per una carezza e la certezza dei biscotti dentro il solito cassetto,

non altro, non altro, l’arrendermi a ricevere il tuo dono, la mattina presto, senza poter restituire 

non altro, quella che sta con la mano tesa a coppa, lo sguardo sul palmo segnato da mille

pieghe spezzate in attesa

sfoglio la pagina del libro, ricomincio da un timido sorriso, imito la mia gatta

inconsapevole nell’attimo presente, del miracoloso cassetto.

Specchio d’acqua

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Specchio specchio dell’acqua che rifletti
La pianta dei miei piedi appena germogliata,
Non aprirti, non cedere al mio passo, se
Le mie palpebre si illuminano,
E oltre la tempesta,
Mi bacia il sole.

Specchio buono, specchio incuriosito,
Lei mi aspetta e mi tende le mani,
Sette passi più in là, per insegnarmi
A camminare…

Nel suo sorriso io volerei all’istante,
Ma nell’attimo presente della gatta – occhi paurosi e pigri,
Forse esiteremo ad appoggiare il piede?

O specchio azzurro, specchio di lago, specchio di mare
In tempesta, specchio di roccioso scivoloso torrente in discesa,
Specchio come l’acqua della spiaggia dei bambini,
Specchio, specchio, riflettimi e sostienimi,

Tu sei l’unica strada.

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Mi sembra che tardino troppo, le stelle.

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Mi piacciono gli annimesiversari
quando te ne ricordi prima tu.
Mi sento nei giorni vissuti
Come nel sospiro del presente
Siamo:
Ridonati, vivi, piena di splendore.

E sorrido preparando la cena
E non guardo più il pavimento quando cammino,
Ed è tutta una musica
E danziamo in un musical,

Che impazienza,
Dover aspettare
Mi sembra che tardino troppo, le stelle.

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Risposte nel riflesso.

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…E al parco, vicino all’altalena ancora fredda di pioggia notturna, c’era questa bambina con i capelli corti e il vestito bianco, che parlava da sola, forse ad un amico immaginario.
Aveva le sopracciglia aggrottate, era molto seria. Non potevo sentire le sue parole, ma il tono della voce era un’insistente domanda, una domanda ripetuta, ripetuta, sempre uguale.
Alzavo gli occhi dal libro e poi cercavo di immergermi di nuovo nella lettura, ma quella domanda.
Che non si capivano le parole.
Pensavo che anche a me capita di fare domande continue, che non si capiscono le parole, che sono gesti quotidiani, indifferenti, tranquilli, invece significano tutt’altro.
È un vivere in una goccia di pioggia di domande.
La bambina si rifletteva a testa in giù, in una piccola pozzanghera di pioggia, sulla panchina, a poca distanza da me.
In quel riflesso, ho capito dai movimenti delle labbra della piccola, la domanda.
Ho svelato il mistero guardando il mondo all’incontrario.
E comunque non ho ancora smesso di domandare.

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