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Io vivrò tutti i doni.

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Tre lacrime sul dolore.

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Resti immobile mentre scende la sera

La luce trema al vento sottile del tempo.

Al buio i sordi non possono parlarsi.
Cammino sola, e l’amore non esiste

E la passeggiata insieme dove si parla solo di te non è una cura.

Mentre tu lavi i piatti.
Gli amici chiedono come festeggeremo 

Non sanno dei piatti sporchi sul tavolo, della mancanza d’amore 

Della tua dimenticanza e della tua crudeltà, della mia 

Infinita stanchezza.

Sono un fiore bianco.

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Sono un fiore bianco
Bianco dagli anni.

La mia casa era come un cuore dalle porte aperte,
Accogliente.

Non so come va la vita,
So solo che non la posso evitare.

La vita è più forte di me,
Inizia e smette
Quando vuole, quando vuole.

E il vento dondolò il fiore bianco
Così tanto dolcemente
Che il piccolo fiore, nel silenzio
Si addormentò.

Tu, che aspetti un segno.

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Tu che ti risparmi,

Mentre io mi spendo,

Tu che ti trattieni

Mentre io dilago,

Tu che eviti,

Mentre io vado a sbattere,

Tu che digiuni, 

Mentre io desidero, 

Tu che rinunci,

Mentre io spero.

Tu che guardi il muro,

Mentre io lo smonto,

Tu che copi le parole, 

Mentre io parlo per prima, 

Tu che hai il cuore muto e sordo

Mentre io fingo silenzio,

Tu che aspetti un segno,

Mentre io e tua figlia siamo, 

Il tuo 

segno.

Il perdono della gatta (buona sia la tua notte).

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​Adesso lascio

Che tutte le parole buone vincano 

Sulle ombre cattive della memoria.

Adesso lascio 

Che la vita continui oltre te,

E non ti blocco nei miei pensieri.

Adesso lascio languire

Affamato, ogni dolore, fino a che non muoia.

Adesso lascio gioire la mia anima

Di una ritrovata libertà. 

Adesso vedo il tuo giudizio piccolo ed inutile,

Rispondo alle tue rigidità con la mia soffice tenerezza,

Entrambi nasciamo da un dolore, e vedo in te le conseguenze

Del non conoscere l’Amore. 

Adesso accolgo in me che scelgo di perdonarti

Adesso accolgo in me che posso non pensarti.

Adesso ti saluto,  mi congedo, buona sia la tua notte.

E la gatta amorosa volò via, per mille altre avventure,

Prima di tutto andò a cantare alle nuvole notturne, flessuosa di gratitudine, 

Poi alla luce calda dei suoi amici lupi.

E tu non puoi seguirla.

L’incubo del bugiardo.

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Il servo si avvicinò, abbassando le mani,Il mento sul petto, le ginocchia per terra.

Il bugiardo lo guardò chinarsi, non pensava niente,

Solo che stasera doveva andare alla casa al mare,

Per riposarsi.

Viviamo tutti brutti momenti, disse. Il servo non lo guardava,

Potrei aiutarti? Può darsi, ma tu hai soldi da investire?

Il servo scosse il capo, il bugiardo sospirò, sentendosi buono.

Io potrei aiutarti, ma non ho l’abitudine di fare prestiti che non mi saranno restituiti.

Il servo annui, il bugiardo continuò: hai bisogno di un lavoro?

Certo, ti faccio sapere. Adesso chiedo in giro. Intanto preghiamo. 

Potevo darti un lavoro, ma l’ho dato a mio cugino, sai, così i soldi restano in famiglia.

Avevo un altro lavoro per te, ma la figlia di una mia amica deve andare in Australia questa estate,

Capisci che ha bisogno di un po’ di cash…

Si rende indipendente.

Avevo anche un altro lavoro, 

Ma tu non sei tra gli amici e gli amici dei miei amici, quindi mi dimentico così facilmente

Di te

Scusa.

Il servo se ne andò.

Il bugiardo alzo le spalle, prese lo smartphone e chiamò un suo amico, 

Scosse il capo.

Come stai? Sei già partito per il mare? Io domani.

Certo che questo servo è in difficoltà, bisogna pregare per lui…

È che non vuole nemmeno lavorare.

Teneva la testa chinata sui miei piedi, poteva almeno chiedermi

Se volevo che mi lucidasse le scarpe…

Invece niente, si vede che non vuole lavorare.

Okay, io vado al mare.
Quella sera, sulla strada per il mare, 

La pioggia era forte, l’auto del bugiardo sbandò 

Sbattè contro il guardrail restò appesa sul nulla,

Nessuno passava. Il bugiardo cominciò ad urlare

Non poteva muoversi. Qualsiasi movimento in più lo avrebbe fatto precipitare.
Vide il servo che spiava la sua paura dal finestrino,

Intuì le sue parole:

Adesso sei come me, costretto a stare immobile.

Adesso sei come me, qualsiasi mossa ti rovina.

Adesso sei come me, hai bisogno di aiuto e non c’è nessuno,

Sotto la pioggia, sul bordo del nulla.
Il bugiardo chiuse gli occhi, ma non riusciva più a pregare,

Vomitò per la paura di morire,

Per gli occhi del servo che lo scrutavano dal finestrino.
Il servo tese la mano, apri la portiera e lo aiutò ad uscire,

L’auto precipitò senza rumore, solo quello della pioggia.

La mia auto! Urlò il bugiardo, il servo sorrise.
Il bugiardo cercò lo sguardo del servo,

Lo trovò inginocchiato vicino a lui, sotto la pioggia.

Il bugiardo scosse la testa, alzò le spalle, tossicchiò discreto,

Scusa sai, adesso non posso proprio aiutarti, 

Devo comprarmi la macchina nuova.

Poi io non ho l’abitudine di fare prestiti, sono contrario,

Poi non avrei nessun lavoro da proporti, se ne ho uno lo dò ai miei amici

E ai figli dei miei amici. 

Il servo si alzò in piedi, sorrise leggero,

Scomparve nella pioggia senza una parola.
Il bugiardo si svegliò tremando di terrore nel suo letto.

Meno male che domani sarebbe andato a fare shopping con la moglie e i figli,

Ai musei e poi al cinema, cenando al ristorante,

Si sarebbe distratto un po’.

Neon

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Sei come la luce che sfiora la tenda della mia finestra, stanotte. Non viene dalla luna, ma dall’insegna del supermercato perennemente accesa, sotto casa. Sei così, rassicurante, ma per finta, basterebbe un black out per eliminarti. Eppure, temo il buio.

Se mi alzo velocemente, scuoto la testa e sento i miei capelli svolazzarmi intorno al viso e al collo. Ora, se chiudo la saracinesca, la tua luce al neon non mi colpirà più, e io sarò al buio ma sarò pura, sarò salva. Potrei anche chiudere gli occhi e pretendere di dimenticare che stai continuando ad illuminare la mia stanza.

Potrei, ma non voglio fare finta. Tu ci sei, sei il dolore, la finzione, la spesa, il richiamo del vuoto da riempire di cose. Devo fare i conti con te.

Finisco l’ultima valigia mettendo dentro due soprammobili di poco valore, potrebbero essere dei ricordi, sostengo a me stessa, cercando di convincermi. 

Domani parto. Vado via da questa casa. Non vedrò più questa luce, e questi soprammobili non mi servono. Li lascio sul comodino, li butto nel cestino. 

A che età si riesce a dire addio all’alone ceruleo di un padre addestrato dalla vita a procurare dolore? Adesso. 

Avrò il coraggio di amare e di allargare il mio amore. Avrò l’eleganza di non essere possessiva, gelosa, delusa prima di salutare, sconfitta prima di iniziare a correre. 

Illuminerai ancora questa stanza, quando io sarò partita? Forse ero solo io a vedere questa luce come fossi tu. Il prossimo inquilino abbasserà la saracinesca e penserà di non aver previsto che la luce dell’insegna del supermercato disturbasse così tanto l’oscurità notturna.

Non sarai più così importante. 
(L’amore nonostante mi servirà ad amare, riuscirò a trovare ricordi buoni, il perdono mi darà il coraggio di chiudere usata porta definitivamente, domattina.) 

L’inizio della disillusione.

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Con questa poesia inizio una serie di meditazioni in poesia sul significato della parola pace. Pace in senso planetario, sociale, e pace nel senso intimo, dialogico, di incontro doloroso con l’altro. 
L’inizio della disillusione è un attimo rubato,L’accorgersi di non essere più insieme,

Il distacco, scoprire nell’altro un egoismo,

Una mancanza d’amore che ti strazia.
L’inizio della guerra quotidiana è in questo freddo che deriva

Lentamente, tranquillamente, come niente mai fosse stato,

Un piccolo vivente chiassoso che non chiedeva altro

A noi, che di essere amato.
E nel mio tornare indietro c’è un dolore nero, acuto, 

Solitario, 

Necessario. Ora, se per la pace

È necessario eliminare il ciuffo di rami spogli

Che disordina l’aiuola, 

Se per la pace questo si deve fare, io l’ho fatto,

E pace sia in questo microcosmo familiare,

Ma non in me, 

Non in me,

La pace a volte richiede

Una morte silenziosa, solitaria,

Senza ritorno.

Il prossimo fiammifero.

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Con arte sottile lasci cadere il fiammifero acceso, in modo che nessuno se ne accorga,Al centro del bosco.

Poi camminando svelto, sai trovare le scorciatoie per raggiungere a passo veloce

La cima della collina.

Di là, guardi l’incendio divampare, gli alberi incenerirsi, gli animali soffocare, con alte grida di terrore 

Morire

E una lacrima ti sfiora la guancia 

Al sicuro, sulla cima della collina.

I soccorritori non arrivano, il fuoco è divampato

Rimasto nel buio e nell’ombra ha distrutto, ha ucciso.

Ma anche se arrivassero i vigili del fuoco, non riuscirebbero a scoprire

Che sei stato tu, il distruttore di vita.

Direbbero: autocombustione, è la siccità 

Di questi giorni.

E direbbero: guarda quel signore in cima alla collina, come piange,

Si vede che amava il bosco.
Ora io ti dico che il tuo gioco verrà scoperto,

Perché il prossimo bosco che distruggerai comincerà ad urlare il tuo nome,

Tutti i rami di tutti gli alberi anneriti dal fumo, tutte le alte grida degli animali feriti

Urleranno: è lui! È stato lui!

Verrà ritrovato il fiammifero, risaliranno alle impronte delle tue scarpe,
Allora tu dirai, piangendo: mi dispiace, sono un povero peccatore.
Ti lasceranno andare per pietà, e tu andrai a casa pensando da domani sarà diverso

Mentre le tue dita giocherellano nascoste nella tasca 

con il prossimo fiammifero.