Archivi categoria: Pazienza

Allora questo silenzio si impregna di musica.

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E allora questo silenzio si impregna di musica,
e non piango più per le tue spalle voltate,

per la tua indifferenza.
Onde di luce sovrastano una realtà di attesa e fatica,

Piogge di nuvole ammorbidiscono i no, i forse e gli aspetta,
La nostra felicità non è meno reale del tuo egoismo,

(Ma non te ne accorgi, hai le spalle voltate, vedo

La linea della tua scoliosi, 

quanti inchini al nulla, occhiali appannati puliti con banconote eccedenti.)

Mentre il nostro silenzio si impregna di musica,
Le nostre mani si stringono all’Amore.

(Che poi, nulla è nostro, nè mani nè lacrime,

Nè l’amore o la musica, 

nè le parole

nè il silenzio.)

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Faccio un nuovo sentiero.

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Guardo davanti a me e vedo pietra grigia, Alzo lo sguardo e vedo la cima della montagna.
Solo qualche passo indietro, per riconoscere

Chi mi sbarra il passaggio.
So che posso scegliere: buttarmi contro i massi urlando,

Cercare di arrampicarmi, ma sono scalza, le mie mani

Da tempo sono ferite,

Inutile ammalarmi con la stolta rabbia, non sono una violenta:

Ai muri che s’alzano, io oppongo sempre 

una resistenza creativa.
Scivolo, sfuggo, svolto di lato, scompaio, corro,

Mi metto a cantare e sorrido,

Non sarà la montagna a fermarmi.
Anzi, lei resta là, immobile, dura,

E io danzo e canto serena,

Faccio un nuovo sentiero.

Piccole poesie preghiere dedicate alla gratitudine.

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Piccole poesie preghierededicate alla gratitudine.

Adesso

Che dovrei star ferma,

Seria,

Senza respirare,

Sorrido e prendo fiato

Per cantare.

La gratitudine

Comincia prima

Del miracolo.

Puoi confondere il ringraziare

Con l’amore?

Sì, sono sul serio

La stessa 

persona.

Io prego, tu non mi rispondi, e io ti ringrazio?

Sono una folle artista, e tu

Sei fortunato

Che non mi piace restare triste 

Così a lungo.

Però come vuoi tu

In fondo, è bello.

Danzo, a mani tese,

Canto e cerco acqua fresca

Con le labbra.


(Grazie allo studio Ghibli per l’immagine, tratta dal film La città incantata)

Ma in questa mia città.

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Ma in questa mia città di pubblica amministrazione e imprenditori, politici già ricchi e se li eleggeranno saranno ancora più ricchi, e ricchi che si fingono poveri per sentirsi buoni,Tu, fortunato, che cammini spedito chiedi sostegno ma io nei polsi ho il ricordo

Del profugo 

vestito di due tovaglie bianche sotto la pioggia

Non chiedeva niente, sono io che gli ho regalato il mio ombrello.
Ma in questa mia città a nessuno importa del verde, se non quando conosci un assessore,

Dell’azzurro, se non per disporre fiori con un colore che non contrasti con il cielo, che non contrasti.
Ma in questa mia città mi chiedono di sostenere chi può diventare importante,

Dei piccoli e dei poveri, della poesia e della creazione, mi spiace,

Non ci sono interessati.
Mia città, eppure io ti amo tanto,

Ma la tua vocazione è diversa dalla mia, io cerco il piccolo, tu pensi in grande,

Io vado controcorrente, tu coltivi il potere.

Alla mia voce.

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Ci sei?Resisterai?

Posso fidarmi? 

Non ti sento.

Vado avanti per la gioia che ho

nel donarti,

nello spargerti nell’aria,

nell’armonia che sento in me

e che ho paura di non riuscire

di non riuscire più 

che il filo si rompe,

è questa fragilità

che mi fa umile

e mi avvicina all’altro

è la mia ferita

e la mia salvezza.

Ora che farò

mi sento così piccola

devo solo chiudere gli occhi,

e se manchi,

sorridere.

Oppure cercare vie divertenti

per fare la pace con te

per fidarmi di nuovo,

per ridiventare 

amiche.

Questa fragilità mi salva

Questa fragilità mi salva

Questa fragilità mi salva,

Indifesa,

ti lascio 

andare.

Mentre cadiamo.

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Scegli noi, 

Nuotiamo controcorrente

Fino a lasciarci andare, sconfitti,

Verso le cascate.
Gli spettatori aprono la bocca, alzano le mani, 

Pochissimi si gettano nella schiuma dell’acqua per aiutare,

Moltissimi contano le loro sicurezze e si distraggono nel pensiero continuo 

e travestito 

di essere stati buoni a venire fin lì

A dispiacersi per i morenti.

E noi nuotiamo ancora un po’, ancora il sospiro di una novena,
E poi ci lasciamo andare, e sorridiamo

Ai fotografi incompetenti.
Eppure bastava solo un miracolo,

Ma il viaggio è comprendere

Scavando al vuoto, 

Che il sacrificio 

è il privilegio.
Tu ridi e tieni strette le tue sicurezze, dici meno male che non siamo noi, scuoti la testa preoccupato di mantenere le tue sicurezze, le tue sicurezze, Noi ci sciogliamo crollando dall’alto verso il fiume ingrossato, che va al mare, E ti cantiamo: noi abbiamo il privilegio della povertà, noi abbiamo il privilegio e adesso moriamo,

E tu, tu hai solo sicurezze.
Ma Signore, Padre buono, mentre cadiamo

cantiamo anche a Te, per un umano senso di giustizia: 

Qualche volta,

Sarebbe bello se tu intervenissi a fare a cambio,

E il privilegio a lui, al ricco: a noi,

Magari, anche una volta sola,

La decima parte 

delle sue sicurezze.
(meditando lo scritto di Santa Chiara “Il privilegio della povertà” . Scultura “Migranti” di Ciro )

  

La miopia dei sogni.

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Ricordati di quando andavamo a letto alle due di notte
per combattere insieme
la miopia dei sogni. Mai finora i contorni si sono fatti chiari, 

le braccia si sono tese, le mani hanno toccato,

ghermito la lampada piena d’olio,

non ancora le nostre gambe si sono alzate e hanno camminato

in una strada che era proprio quella, a passo

Ritmato e testardo.

Sì, testardo.

Ieri sera, stasera, oggi forse,

siamo sulla via, siamo in movimento,

evolviamo e risolviamo,

Sarà oggi, forse, certamente.
Cosa pensiamo che sia, la fede? 
La fede del chiederti tre volte: mi ami tu, mi ami?

Mi ami, tu?

La fede del rispondere ti amo.
La condiscendenza discreta che si fa persona

in mezzo a noi, il paio di occhiali

che ci indica i contorni delle stelle,
lampi finalmente duraturi,

giorni di respiro

nelle notti di temporale. Cogli ti prego il per favore silenzioso,

irradiato nel tuono forte sopra la casa.
Pace, pace cerco, (domandiamo?)

pace, un frammento di stella caduto

per specchiarci, 

di sicurezza.
  

Danza di maggio.

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È ora che i miei semi fioriscano

il mio campo non può restare in eterno solo verde,

ecco i colori dei frutti.

Ho sentito la mia stessa voce

e non era la mia,

dipingere confini nuovi,

morbidi, come mari colorati.

Sono nuove le canzoni che sbocciano sugli alberi del mio giardino,

nuovo il mio sguardo su di me.

Auguri come pioggia,

sogni che non finiscono,

sogni che riscaldano,

la malinconia e la mancanza, io le ho sempre trattate

come vespe inferocite da bruciare,

ed erano semi di saggezza 

danzanti nel mio vento.

  

Non era quello che volevo dire.

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Nel correre questi anni

Qualche volta ti guardo allo specchio

Vorrei prendermi cura di te.

Vorrei vederti sotto le luci, splendente,

Come meriteresti, 

I capelli che volano, la pelle trasparente, gli occhi che si illuminano

E si chiudono umili nel canto.

So che hai paura che il teatro chiuda il portone prima del tuo arrivo,

Oppure temi di arrivare stanca e trafelata, all’ultimo momento,

Salire sul palcoscenico e tutti delusi e indifferenti,

Perché sei stanca, non hai fatto in tempo a truccarti, 

Le ferite della vita e i suoi brividi felici comunque ora incidono,

Non poco, disegnano.

E lo so che vorresti una voce amante che ti rassicuri: sei bellissima,

Ogni respiro di oggi è vita vissuta, vita che ti rende speciale, vita,

Vita e amore, tanto, tanto,

Da morirci intanto che corri

E non sai se arrivi in tempo,

A cantare a teatro.

(Messaggio strano del t9, invece di stanca, mi ha scritto: santa. Io l’ho corretto, non era quello

Che volevo dire, ma

La strada è stata scelta da tempo, 

Ed è tempo di ricordare i girasoli, di illuminare quello che è stato, ciò che hai visto e seminato, e i frutti che hai colto, e i sorrisi e le vittorie, e gli scarti, e le provvidenze, è quello che sarà, 

Perché ne hai ancora da correre, 

Amica mia.)

  

Non smetterò, gentilmente.

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Nel nulla, i tuoi richiami,

l’eco di una voce che suggerisce

la tua presenza,

il muro che stabilisce 

inevitabilmente

la tua assenza.

Chi costruisce i sì e i no del mio raggio

e incide sulle variazioni del cammino

controllando la mia genealogia.

Non temo. Se sei tu che mi ami,

e mi stai cercando, io arriverò.

Il mio sì varrà ai tuoi occhi come quello di altre milioni di spose,

oltre le trame dietro le tende spesse

ho il mio incantesimo, si chiama: pazienza,

ho il mio riparo, si chiama: giustizia.

La piccola sposa dimostrerà i diritti di nascita che i burocrati ancora non vedono.

E ci credo così tanto che non smetterò,

gentilmente,

di mettere in gioco chi sono.

E ci credo così tanto che non smetterò,

gentilmente,

di cantare in mille cori.

E ci credo così tanto che non smetterò,

gentilmente,

di incidere il mio nome sul muro,

a forza d’amare.