Archivi categoria: Miracolo

Senza sapere verso dove.                 (Francesco, è meglio seguire il servo o il padrone? )

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Tornare senza sapere verso dove,
Nel vento, tra gli ulivi, sfatto di lacrime

Liberarsi di quella stolta armatura,

Girare le spalle all’ombra del servo ignaro, 

e tornare, senza sapere verso dove. 
Sapere che le voci di alzeranno come caos nell’ombra

Contro di te, sapere che centinaia di dita ti indicheranno,

tutti credono di sapere cos’è giusto per te, e perché falliscono 

tutte 

le tue imprese…
Signore, cosa vuoi che io faccia?

Torna ad Assisi. 
Un sorriso nuovo nelle lacrime fragili,

Sul tuo cuore che non sa,

Mentre torni, senza armatura,

Senza sapere verso dove.

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Due macchie rosse.

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Due rose rosse nella pioggia,Buttate per terra, vicino all’asfalto scavato

E al fango 

Di un mattino di ottobre.
Due rose abbandonate,

Troppo intrise d’acqua per poterle raccogliere.
Le ho tenute in mano un momento, senza aprire l’ombrello

E le ho appoggiate al muro, 

Salutandole.
Non so se era un segno, una firma,

La mia preghiera esaudita.

Può anche darsi siano semplicemente una tenerezza gratuita,

Una carezza, una voce che dice: aspetta ancora con pazienza,

Non certo un caso.
Se anche le due rose fossero state sbattute a terra, rifiuto di un amore

Finito,

Poi hanno sopportato umilmente, pioggia e freddo,

Per augurare a tutti quelli che oggi le hanno viste

Macchie rosse di speranza.

Falso muro.

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Proseguendo alla cieca, ci spostiamo veloce a seconda del vento, forse evadendo la domanda essenziale – forse temendola.

È possibile che abbiamo vissuto millenni in un bosco illuminato da cespugli di fragole

cercando mele dai castagni seri e pazienti,

aspettando che l’uva piovesse dalla cima delle silenziose betulle,

lamentandoci dell’avarizia del bosco, l’avarizia.
Siamo noi che feriti, spaventati, malati vediamo nebbia,

e intanto il vento ha soffiato forte sopra un fiore, 

si è aperto 

e contiene il mare. 

 

Mentre cadiamo.

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Scegli noi, 

Nuotiamo controcorrente

Fino a lasciarci andare, sconfitti,

Verso le cascate.
Gli spettatori aprono la bocca, alzano le mani, 

Pochissimi si gettano nella schiuma dell’acqua per aiutare,

Moltissimi contano le loro sicurezze e si distraggono nel pensiero continuo 

e travestito 

di essere stati buoni a venire fin lì

A dispiacersi per i morenti.

E noi nuotiamo ancora un po’, ancora il sospiro di una novena,
E poi ci lasciamo andare, e sorridiamo

Ai fotografi incompetenti.
Eppure bastava solo un miracolo,

Ma il viaggio è comprendere

Scavando al vuoto, 

Che il sacrificio 

è il privilegio.
Tu ridi e tieni strette le tue sicurezze, dici meno male che non siamo noi, scuoti la testa preoccupato di mantenere le tue sicurezze, le tue sicurezze, Noi ci sciogliamo crollando dall’alto verso il fiume ingrossato, che va al mare, E ti cantiamo: noi abbiamo il privilegio della povertà, noi abbiamo il privilegio e adesso moriamo,

E tu, tu hai solo sicurezze.
Ma Signore, Padre buono, mentre cadiamo

cantiamo anche a Te, per un umano senso di giustizia: 

Qualche volta,

Sarebbe bello se tu intervenissi a fare a cambio,

E il privilegio a lui, al ricco: a noi,

Magari, anche una volta sola,

La decima parte 

delle sue sicurezze.
(meditando lo scritto di Santa Chiara “Il privilegio della povertà” . Scultura “Migranti” di Ciro )

  

La miopia dei sogni.

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Ricordati di quando andavamo a letto alle due di notte
per combattere insieme
la miopia dei sogni. Mai finora i contorni si sono fatti chiari, 

le braccia si sono tese, le mani hanno toccato,

ghermito la lampada piena d’olio,

non ancora le nostre gambe si sono alzate e hanno camminato

in una strada che era proprio quella, a passo

Ritmato e testardo.

Sì, testardo.

Ieri sera, stasera, oggi forse,

siamo sulla via, siamo in movimento,

evolviamo e risolviamo,

Sarà oggi, forse, certamente.
Cosa pensiamo che sia, la fede? 
La fede del chiederti tre volte: mi ami tu, mi ami?

Mi ami, tu?

La fede del rispondere ti amo.
La condiscendenza discreta che si fa persona

in mezzo a noi, il paio di occhiali

che ci indica i contorni delle stelle,
lampi finalmente duraturi,

giorni di respiro

nelle notti di temporale. Cogli ti prego il per favore silenzioso,

irradiato nel tuono forte sopra la casa.
Pace, pace cerco, (domandiamo?)

pace, un frammento di stella caduto

per specchiarci, 

di sicurezza.
  

Un dono di grazia.

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In questi giorni vivo un lavoro che non mi lascia molto tempo per scrivere. Ma sono ore piene di grazia, di incontri, di sorrisi, di voci, piccoli miracoli di persone con le quali condivido questo lavoro, vita vissuta agitata, dolce, che mi rende piena di gratitudine, sotto lo sguardo di quel volto che chiama, che chiede come un bambino che non riesce a dormire quando tu hai sonno. 

Stamattina, questo brevissimo incontro, al quale dedico con tenerezza la prima poesia dopo qualche settimana. 
Rimango per un attimo protetta

nella Tua misericordia gentile.

La sento, 

come una commozione

in mezzo alla folla,

vedo

l’angelo partire in missione,

un piccolo uomo cieco

che mi dice: oggi

è tutta una grazia.

Cerco la sua mano per dargli il resto

davvero non vede

il caos che troppo spesso

mi coinvolge:

di tanto rumore, lui

coglie la Grazia.
Fammi vivere cogliendo

la grazia nascosta nel caos delle cose

ogni giorno,

fammi vivere così, piccola, 

appoggiata al tuo braccio, 

capace di inventare

ogni giorno,

autostrade

dove scorrono lievi

rassegnate montagne.
  

3 Haiku dedicati ai modi per svegliarsi al mattino.

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VOLENTIERI.

Volentieri, il pettirosso

sorride,

di nascosto dagli uomini,

occupati in inutili

competizioni.

HAI SORRISO TANTO.

Eppure io vedo

nella nebbia diradata del cuore,

il tuo sorriso.

Tu

hai sorriso tanto

come i bambini

che benedicevi.

DUE MODI PER SVEGLIARSI AL MATTINO.

Svegliarsi insonni,

pugni stretti per prevaricare,

e sentirsi vivi così.

Svegliarsi affettuosi

e sorridere al tuo mio volto allo specchio

niente pugni stretti, per noi,

siamo il vento attraverso.
  

Piccola attesa del miracolo.

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Sulla fronte rilassata dai pensieri scivola un ciuffo di capelli sfiora le sopracciglia,

sfoglio la pagina del libro, la luce fuori invita la piccola meditazione

come le tue chiare parole semplici arrivano all’essenza della chiamata sempre instabile

come le fusa della mia gatta felice per una carezza e la certezza dei biscotti dentro il solito cassetto,

non altro, non altro, l’arrendermi a ricevere il tuo dono, la mattina presto, senza poter restituire 

non altro, quella che sta con la mano tesa a coppa, lo sguardo sul palmo segnato da mille

pieghe spezzate in attesa

sfoglio la pagina del libro, ricomincio da un timido sorriso, imito la mia gatta

inconsapevole nell’attimo presente, del miracoloso cassetto.