Archivi categoria: matrimonio

Un sole giallo, un cuore al centro.

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Chi è quel coraggioso Esperto di misteri
che con amore scommette se stesso nell’impresa
di portare una tenera, funzionante armonia
tra il caos creativo e il quieto ricordare,
tra il lasciarsi andare al vuoto e la solida memoria?
E quale temerario potrebbe mai scoprire
morbide, energiche corrispondenze
tra il dondolio insinuante di una canzone nuova,
e la prudenza, la tradizione?

Un sole giallo, un cuore al centro, vivo, grondante vita,
Accogliente e caldo,

Lo abbiamo cercato e voluto, gli abbiamo fatto spazio insieme,
È Lui
Che eternamente ci fa
uno.

(È il gioco che io e mio marito abbiamo realizzato insieme durante un laboratorio dedicato alla coppia, domenica scorsa. Si trattava di colorare questo tao, all’origine vuoto, senza accordarci a parole, in silenzio, ma lasciandoci trasportare in modo libero e spontaneo. Mi sono lasciata andare ad una canzone che avevo dentro, in un centro modo fiduciosa che quell’incontro ci sarebbe stato. Poi mi sono accorta che lui stava dipingendo il paesaggio dei girasoli che abbiamo contemplato tanto quest’estate, in vacanza tra Marche ed Umbria… Il sole del suo cielo, il centro del mio girovagare sereno e rilassato… È Lui, che in eterno, ci ha fatto uno.)

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Mi sembra che tardino troppo, le stelle.

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Mi piacciono gli annimesiversari
quando te ne ricordi prima tu.
Mi sento nei giorni vissuti
Come nel sospiro del presente
Siamo:
Ridonati, vivi, piena di splendore.

E sorrido preparando la cena
E non guardo più il pavimento quando cammino,
Ed è tutta una musica
E danziamo in un musical,

Che impazienza,
Dover aspettare
Mi sembra che tardino troppo, le stelle.

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Il giardiniere mancato. (A Claudio, di nuovo…)

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Tu sei un giardiniere mancato:
Desideri prenderti cura del verde sul balcone
Della casa nuova,
Ma ti manca sempre il tempo
Per acquistare le piante.

È impressionante
L’azione folle
E senza scrupoli
della Provvidenza celeste,

Che ha fatto sposare il bislacco giardiniere mancato
Con la ribelle figlia dei fiori…

Ricordi la piantina di geranio rosa
Che volevi esporre al sole sul balcone?

È sempre lì, che aspetta di comparire,
Nella magica fioriera,
Dove la pioggia trova sempre spazio.

Ma io sono una figlia dei fiori canta-storie e guarda-in-cielo
E scommetto sul giardiniere mancato mani-piccole e testa-di-marmo.

Il geranio arriverà,
In un giovedì santo che ci crediamo insieme,
Magari il prossimo otto dicembre,
…Buffo, sotto la neve!

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La schiena di Dio (per Claudio)

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Davanti ai miei occhi, la tua schiena
Voltata
Apposta
Perché non vuoi incontrare il mio sguardo,
Perché sai che ti accuserei
E sai che ho ragione.

Travolto dalle lacrime io
Cammino sul ponte tibetano che precipita
E tu non allunghi la mano.

No, non ti volti.

Stuoli di umanità impazzita dall’incerto
Cerca nei secoli di spiegare
La tua ostinata sordità,

L’unica consolazione possibile è
Lo strepito soffocato
Dondolante come un folle rinchiuso
Nell’angolo della stanza imbottita
dell’assurdo:
Lo faccio perché ti amo.

(A naso in su, con un lieve tono
Di supponenza.)

Adesso, se hai il coraggio,
Affronta il mio sguardo limpido
E duro
Di padre
Che pretende.

E proponimi la tua versione
Dei fatti.

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Promesse notturne.

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Raccogliti nel palmo della mia mano,
stringiti forte, per non perderti,
circonda le mie dita con le tue
domande curiose,
io ti risponderò.

Scioglierò i miei capelli nella tua mano,
tu dolcemente li scosterai dal mio viso,
la luce mi inonderà di colori
e non avrò più occhi sfuggenti
per il tuo sorriso.

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Re Ciproco. (Ama per primo!)

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Ecco una favola leggera e divertente sull’amore. Per piccoli e grandi… Buona lettura!

C’era una volta un re… Sì, il re di un regno piccolino e grazioso, nascosto tra le montagne, non lontano da casa tua. Guarda, se parti stamattina e segui la strada dei raggi di sole con i sassolini bianchi e gli alberi di ciliegio sempre in fiore sotto la neve, lo trovi, non ti puoi sbagliare.
Nonostante il regno fosse così bello, pacifico, sereno, il re non era felice. Da quando era stato eletto re, il suo viso era sempre imbronciato, si alzava al mattino già stanco ed annoiato, guardava dalla finestra e sbuffava, insoddisfatto. Neanche il suo nome gli piaceva. Si chiamava Ciproco. Ciproco. Che nome da manicomio, ti si attorciglia la lingua solo a pensarci.
La sua mamma, la regina madre, insieme ai tutti i suoi sudditi, erano molto preoccupati per il giovane re. Il suo era un male d’amore, lo sapevano tutti! Il giovane re era infatti innamorato perdutamente di Deliah, la bella proprietaria del negozio di frutta e verdura, il più fornito del villaggio, che sorgeva con tutti i suoi colori vivaci e profumi squisiti proprio nella piazza centrale del paese, di fronte alla grande fontana dorata. Purtroppo, la bella negoziante non ricambiava l’amore del giovane re. Aveva un caratterino indipendente e deciso, e il suo cuore non lasciava spazio alle romanticherie… E dire che il re le aveva provate proprio tutte! Fiori meravigliosi, cioccolatini e mille altre dolci delizie spumeggianti, persino un braccialetto intarsiato di giada proveniente dal lontano oriente, niente da fare. I fiori finivano nel cestino, i dolcetti venivano regalati ai commessi, e il braccialetto? Quando la bella Deliah lo vide, disse al re in trepida attesa: bello, bello, ha un discreto valore economico… Se lo vendo, posso rifare l’insegna del mio negozio! Arriva giusto in tempo, grazie maestà!
Ecco perché, con l’andare del tempo, il re diventava sempre più ombroso e pessimista, nervoso e vendicativo. Una piccola nuvola nera, gonfia di temporale, cominciò un lunedì mattina ad addensarsi sulla sua testa assorta in buie considerazioni, e non lo lasciò più, anzi, giorno dopo giorno la nuvola nera cresceva e cresceva sulla sua testa… Gli amici e le persone che gli avevano voluto bene cominciarono ad abbandonarlo: non era facile stare vicino ad una persona con una nuvola di tempesta piena di elettricità sulla testa! Il re era sempre più solo, e più era solo, più il suo umore peggiorava. La regina madre non sapeva più che fare: non so più cosa dargli, ha già tutto! Ripeteva tra sé o alle sue dame di compagnia, amareggiata: è così bravo e buono questo figlio mio… Perché non fa come gli altri re e si sposa una principessa che dorme vittima di un incantesimo, o un’altra rinchiusa in una torre, ce ne sono un sacco da queste parti! Ci sono state due streghe che si sono lamentate perché le loro favole non possono andare avanti senza un bel giovane che venga a combattere contro di loro, gettarle in un dirupo e sposarsi la principessa, ma lui non vuole andare, dice che si annoia! Si annoia, lui!
Un giorno, il re decise di partire, di andare via. Fu inutile qualsiasi tentativo della regina madre di trattenerlo, lo chiuse anche in camera, urlando: decido io quando e se te ne vai! Sono o non sono la regina madre? Ma lui annodò le lenzuola ed uscì dalla finestra. Uscì dal castello e poi dal villaggio, e prese il sentiero dei ciliegi in fiore sotto la neve. Aveva freddo, perché era scappato in pigiama, e senza scarpe. Non si era portato dietro nemmeno la corona, così nessuno avrebbe potuto riconoscerlo.
Cosa cercava? Chi cercava? Non riusciva a saperlo. In questo momento aveva solo il cuore che batteva a mille, il respiro affannoso e le labbra secche e indurite dall’inverno e dall’agitazione. Non aveva sonno e non aveva fame. Voleva solo camminare, camminare e basta.
Non aveva fatto cinquecento passi, che dal folto del bosco di ciliegi arrivò una vocina piccola piccola ma melodiosissima:
-Dove vai, giovane re? –
-Chi sei? Come mi hai riconosciuto? E dove sei? -, rispose sospettoso il giovane re, guardandosi intorno con l’aria minacciosa di un ninja pronto a saltare. La vocina rise a campanellino:
-Quante domande, giovane re! Sono una creatura di questo bosco di ciliegi, sono nascosta tra i rami del ciliegio grande, e ti ho riconosciuto anche se non hai la corona, perché hai la nuvola nera che ti segue in cielo a due metri circa dalla tua testa!
Perché non ti fai vedere? –
-Non mi sto nascondendo… Vieni a trovarmi, e mi vedrai! –
Il giovane re si precipitò nel folto del bosco, incuriosito. Quella voce era troppo attraente, aveva un tono vellutato e gioioso che conquistava. Arrivò di fronte al grande ciliegio al centro del bosco, alzò il capo, e vide graziosamente appoggiata sulla ciliegia più rossa, appena coperta di neve, una splendida farfalla blu, dorata e viola.
-Tu… parli? -, esclamò sorpreso il giovane re. La farfalla sbatté le ali con ironia.
-No… Sono una tua allucinazione… Ma certo che parlo, cosa credi, che puoi parlare solo tu?-
-No, no… Certo… –
-Ascoltami bene, perché ho poco tempo per dirti come stanno le cose. Tu ami la bella proprietaria del negozio di frutta e verdura del tuo villaggio, ma lei non ti vede nemmeno… È vero? –
-È vero. Ma tu… –
-Lasciami parlare! Tu le regali fiori, gioielli, le fai le serenate, ma lei niente, come se tu non esistessi, non è così?-
-Ma insomma, io non ti permetto di trattare un re come… –
-Ma che non mi permetti non mi permetti! Apri le orecchie, re dei miei stivali, e rispondi alla mia domanda: vuoi conquistare la ragazza o vuoi amarla? –
-Ma è la stessa cosa! –
-Non è la stessa cosa. Conquistare qualcuno è facile, amare qualcuno è un po’ più impegnativo. Tu cosa vuoi?-
Il giovane re abbassò lo sguardo, scosse la testa e rispose sincero:
-Ah, farfallina mia… Mi basterebbe che lei si accorgesse di me, che volesse conoscermi… Vorrei parlare con lei, presentarmi, per vedere se posso piacerle… –
-Allora amala per primo. Questo è il mio consiglio. Amala per primo. –
-Ma come… Che razza di consiglio è? Io ho fatto di tutto per… –
-Non parlo di regali e corteggiamenti. Io ti parlo di amore. -.
La preziosa farfalla volteggiando leggera volò via, e lasciò il giovane re esclamando tintinnante e sibillina:
-Amala per primo, giovane re! –
Il giovane re restò silenzioso a pensare. Trascorse tutta la notte nel bosco di ciliegi innevato, e la mattina dopo aveva compreso. Tornò al villaggio di corsa, e correva così veloce che la nuvola nera e piovosa sopra il suo capo restava indietro, e non riusciva più a raggiungerlo.
Arrivò ansimando nella piazza del villaggio, e cercò con gli occhi, mentre cercava di riprendere fiato, il negozio della sua bella amata. Lei era lì, stava aprendo le imposte, canticchiando contenta del sole del mattino. Vicino al suo negozio sostava un carro trainato da un asinello, colmo di cesti di frutta colorata e sacchi polverosi di patate.
Deliah si avvicinò al carro, diede una mela all’asinello e lo accarezzò, poi cominciò a rimboccarsi le maniche, e con energia prese il primo cesto di frutta e lo portò all’interno del negozio, senza smettere di canticchiare.
Il giovane re sapeva cosa fare. Prese anche lui un pesante sacco di patate, e cominciò ad aiutare Deliah a scaricare.
La bella negoziante uscì dal negozio e lo guardò sconcertata:
-Ma, … Maestà… Lei non deve… –
-Io… – rispose deciso il giovane re, trascinando con fatica il sacco di patate – in questo momento non sono il re. Sono un tuo amico, e ti voglio aiutare.-
-Ma questo non è lavoro per te. Lascia fare a me. –
-Insisto, Deliah. Voglio condividere con te questa fatica. Non voglio che tu smetta, non voglio farlo io per te. Voglio che lo facciamo insieme. Mi fa piacere. –
Deliah rimase colpita dalle parole del giovane re, non disse più niente, e i due giovani, aiutandosi a vicenda, scaricarono tutto il carro. Poi, il giovane re si offrì di riportare l’asinello nella stalla, e Deliah lo guardò allontanarsi e sorrise.
-Grazie. – gli disse, quando il giovane re ritornò.
-Mi ha fatto piacere lavorare insieme. -, sorrise il giovane re, mentre il suo cuore trionfava.
-Anche a me. –
-Hai bisogno di qualcos’altro? –
-Oh no, no no, sei stato fin troppo gentile… Piuttosto… Vuoi fermarti a fare colazione con me? –
-Per tutta la vita. – , sorrise il giovane re, e la nuvola nera, già tanto in ritardo, sbiancata e indebolita, si dissolse nel cielo soleggiato come una bolla di fumo trasparente.

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Ho trascorso la notte con te…

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Ho trascorso la notte con te, a costruire un castello di neve.
Nevicava sopra le nostre mani ghiacciate,
Sulle nostre palpebre, e le ciglia imbiancate,
E sul nostro sorriso.
Io mi sono tolta la sciarpa, mi dava fastidio,
Tu non la porti mai, e ridevi
Perché mi tremavano le spalle.
C’è stato un momento in cui
Ci siamo scoraggiati:
Non possiamo farcela, abbiamo iniziato
Un gioco idiota, costruire un castello
Di neve,
Poi,
Sai che durerà fino al sole,
Che senso ha stare qui a ridere sottovoce,
Tutti gli altri dormono, e forse hanno ragione,
Io e te,
Costruiamo bianche stanze, umide torri e opache finestre,
Ponti incerti, corridoi improbabili,
Strade che si perdono nei cespugli accanto,
Al prato del vicino…
Poi ci è venuto da ridere,
E abbiamo continuato a giocare.
E le ore della notte così sono passate in fretta.
Prima dell’alba il castello era finito,
Noi abbiamo brindato
Mangiando fiocchi di neve alla festa d’inaugurazione.

(Siamo proprio due clown
Inteneriti dall’età…
È bello che non ci sia nessuno a farci una foto,
Perchè, è più importante il castello o la notte trascorsa a giocare?)

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Lettera criptata.

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Sento che lentamente si distende il tempo,
E le nostre mani
Si promettono, vellutate.
Sono umili, le colorate viole,
Sempre di buonumore…

Eccoli, i due piccoli del mondo,
Improbabili memorabili amanti,
Riprendersi con buffa tenerezza,
Seriamente Consapevoli
Che c’è un preciso notturno motivo,

Per cui Dio ci ha creato, tutti e due,
Con tanti capelli.

(L’immagine che ho scelto, è di Marc Chagall, “Amanti nel cielo di Nice”. Mi piacciono i colori, e anche questo volare degli amanti/sposi, in un’atmosfera da sogno, in uno spazio esclusivo, la luce, i colori, i ricordi, la passione del loro amore.)

Reciproca vulnerabilità per il reciproco amore. (Empatia)

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Da una pagina Facebook che amo frequentare, trovo uno stupendo elogio della VULNERABILITÀ. Mi piace moltissimo, e sono totalmente d’accordo con queste parole, anche se spesso il comportamento vulnerabile viene tacciato di debolezza, e la fragilità viene giudicata quantomeno inopportuna. Invece questo ricercatore inglese afferma che la vulnerabilità è la base dell’empatia, e quindi di una relazione veramente profonda e di qualità.
Il brano è tradotto a mia cura. Il video è in inglese, ma è comprensibilissimo.

http://m.youtube.com/watch?v=1Evwgu369Jw

Da Brené Brown, “Daring Greatly”. Pubblicato su Brain Pickings (www.brainpickings.org)

The truth is, rarely can a response make something better — what makes something better is connection. (La verità è che raramente una risposta migliora le cose. Ciò che migliora realmente le cose è la connessione.)

And that connection often requires mutual vulnerability. Brown writes in Daring Greatly:
(E questa connessione spesso richiede la mutua vulnerabilità). Brown scrive in Daring Greatly:

Vulnerability isn’t good or bad. It’s not what we call a dark emotion, nor is it always a light, positive experience. Vulnerability is the core of all emotions and feelings. To feel is to be vulnerable.
(La vulnerabilità non è buona o cattiva. Non è ciò che noi chiamiamo un’emozione oscura, e non è nemmeno una luminosa esperienza positiva. La vulnerabilità è il cuore di tutte le emozioni e i sentimenti. Provare sentimenti è essere vulnerabili.)

To believe vulnerability is weakness is to believe that feeling is weakness.
(Se credi che la vulnerabilità sia debolezza, allora credi che provare sentimenti sia debolezza.)

To foreclose on our emotional life out of a fear that the costs will be too high is to walk away from the very thing that gives purpose and meaning to living.
(Bloccare la nostra vita emozionale a causa di una paura il cui costo sarebbe troppo alto, è rinunciare a ciò che dà motivo e significato alla vita.)

[…]

Vulnerability is the birthplace of love, belonging, joy, courage, empathy, accountability, and authenticity. If we want greater clarity in our purpose or deeper and more meaningful spiritual lives, vulnerability is the path.
(La vulnerabilità è il luogo di nascita dell’amore, dell’appartenenza, della gioia, del coraggio, dell’empatia, dell’affidabilità, dell’autenticità. Se noi desideriamo una maggior chiarezza nelle nostre motivazioni o avere una vita più profonda o piena di significato, la vulnerabilità è il sentiero giusto.)

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Quattromilatrecentoottanta (amore con la a minuscola)

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Rendimi felice difendimi
Coprimi con la tua giacca quando piove
E liberami,
Aiutami a crescere e
Consolami,
Forte, forte,
Ero sicura
Di dover invecchiare, prima
Di riuscire a dirti
Ho bisogno di te.

Non staccare mai gli occhi da me,
Guarda avanti, andiamo,
Cantami,
Smontami, inteneriscimi,
Adesso, ogni attimo,
Da’ ragione a tutti gli ieri
Della nostra vita,
Allungami il domani,
Saziami con milioni di ragioni
Ironicamente irrazionali
Per stare con Te.

Quattromilatrecentottantagiorni.
Uno, due, tre…

(L’immagine a commento di questa poesia è ” Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello Sanzio. L’ho scelta non per il suo contenuto, seppure molto bello e profondo, ma perché è l’immagine che troneggia nel tinello della casa di due nostri amici con qualche anno più di noi, una coppia dolce e bella, piena d’amore e di buonumore. Non ho trovato miglior compagnia per parole dedicate a quell’amore con la a minuscola che pazientemente, ostinatamente, con una leggerezza miracolosa nonostante i giorni di dolore e battaglia, persiste e prefigura quello Eterno.)

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