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Aspetta, rimani, ricorda.

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Aspetta, rimani, ricorda.😻❤🌈
Come quella sera che abbiamo aspettato senza parlare
In quella piccola chiesa così silenziosa
Così pieni di paura
Perché non volevamo che finisse,
Noi
Stavamo scegliendo
Noi.
Era necessario che qualcuno ci dicesse la verità, caro Leone,
Noi siamo amati
E siamo nati per essere sposi
La nostra vocazione è
Essere sposi.
Troppe parole.
Adesso facciamo musica.🎶

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Tu, che aspetti un segno.

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Tu che ti risparmi,

Mentre io mi spendo,

Tu che ti trattieni

Mentre io dilago,

Tu che eviti,

Mentre io vado a sbattere,

Tu che digiuni, 

Mentre io desidero, 

Tu che rinunci,

Mentre io spero.

Tu che guardi il muro,

Mentre io lo smonto,

Tu che copi le parole, 

Mentre io parlo per prima, 

Tu che hai il cuore muto e sordo

Mentre io fingo silenzio,

Tu che aspetti un segno,

Mentre io e tua figlia siamo, 

Il tuo 

segno.

La guarigione.

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“Le nuvole venivano trascinate via dal vento con una forza incredibile. In questo mondo non c’è posto per le cose tristi. Nessun posto.”Banana Yashimoto, “Kitchen”
È così, ritorna l’allegria anche dopo una giornata

Di verità e dolore.

Le ferite si richiudono, le cicatrici fanno il solletico, 

Ma solo per poco, poi diventeranno 

Solo segni, insensibili al tatto.
Nei colori di un fiore ho visto qualcosa di nuovo, 

Aspettavo di vederlo! 

Un’amica mi ha dato una mano.
Perché è così, ieri era una spessa tenda nera, poi d’improvviso

Si apre una finestra, entra il sole, 

Ancora qualche giorno,

Ancora qualche giorno per la guarigione.

Il prossimo fiammifero.

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Con arte sottile lasci cadere il fiammifero acceso, in modo che nessuno se ne accorga,Al centro del bosco.

Poi camminando svelto, sai trovare le scorciatoie per raggiungere a passo veloce

La cima della collina.

Di là, guardi l’incendio divampare, gli alberi incenerirsi, gli animali soffocare, con alte grida di terrore 

Morire

E una lacrima ti sfiora la guancia 

Al sicuro, sulla cima della collina.

I soccorritori non arrivano, il fuoco è divampato

Rimasto nel buio e nell’ombra ha distrutto, ha ucciso.

Ma anche se arrivassero i vigili del fuoco, non riuscirebbero a scoprire

Che sei stato tu, il distruttore di vita.

Direbbero: autocombustione, è la siccità 

Di questi giorni.

E direbbero: guarda quel signore in cima alla collina, come piange,

Si vede che amava il bosco.
Ora io ti dico che il tuo gioco verrà scoperto,

Perché il prossimo bosco che distruggerai comincerà ad urlare il tuo nome,

Tutti i rami di tutti gli alberi anneriti dal fumo, tutte le alte grida degli animali feriti

Urleranno: è lui! È stato lui!

Verrà ritrovato il fiammifero, risaliranno alle impronte delle tue scarpe,
Allora tu dirai, piangendo: mi dispiace, sono un povero peccatore.
Ti lasceranno andare per pietà, e tu andrai a casa pensando da domani sarà diverso

Mentre le tue dita giocherellano nascoste nella tasca 

con il prossimo fiammifero.

  

La fragilità dell’altro.

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So che la cosa migliore sarebbe appoggiare i miei capelli biondi su un cuscino di velluto azzurro,

e piangere, non in silenzio,

fino a vedersi aprire le finestre sulla giornata di sole e sugli alberi macchiati d’autunno

e rialzarmi.

Ma questo non varrebbe la pena,

se non sapessi che trovi un posto adatto per piangere anche tu.

Magari sul tavolo dove ti addormenti la sera, per lasciare più posto nel divano a tua figlia,

o meglio, nella trasparenza del tuo caffè la mattina,

quando hai compagno solo il tuo intimo silenzio, e sei tutto con te.
Vorrei risolvere questo momento, dicendo al tempo: vai pure, so cosa fare, e invece

devo lasciargli lo scettro,

sono orgogliosa però che non abbiamo lasciato cadere la notte,

queste sono solo le ferite dopo il precipizio, ma siamo già risaliti.

Ma siamo già risaliti.
Mio sposo, l’amore è amare seppure intrisi 

della fragilità dell’altro, non tanto della propria,

anche la tua e la mia insieme, 

diventano una.
 

La miopia dei sogni.

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Ricordati di quando andavamo a letto alle due di notte
per combattere insieme
la miopia dei sogni. Mai finora i contorni si sono fatti chiari, 

le braccia si sono tese, le mani hanno toccato,

ghermito la lampada piena d’olio,

non ancora le nostre gambe si sono alzate e hanno camminato

in una strada che era proprio quella, a passo

Ritmato e testardo.

Sì, testardo.

Ieri sera, stasera, oggi forse,

siamo sulla via, siamo in movimento,

evolviamo e risolviamo,

Sarà oggi, forse, certamente.
Cosa pensiamo che sia, la fede? 
La fede del chiederti tre volte: mi ami tu, mi ami?

Mi ami, tu?

La fede del rispondere ti amo.
La condiscendenza discreta che si fa persona

in mezzo a noi, il paio di occhiali

che ci indica i contorni delle stelle,
lampi finalmente duraturi,

giorni di respiro

nelle notti di temporale. Cogli ti prego il per favore silenzioso,

irradiato nel tuono forte sopra la casa.
Pace, pace cerco, (domandiamo?)

pace, un frammento di stella caduto

per specchiarci, 

di sicurezza.
  

Due poesie d’amore.

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Poesia del mattino

Ecco, finiscono sfumando le voci
e restiamo noi due
ho una sorpresa per te, improvvisata e fatta a mano,
siamo una piccola festa che inizia
il suono del campanello, il primo ospite che arriva,
l’inizio del concerto,
prima dell’accordo iniziale, quando ancora tutti sussurrano
sull’entrata del primo violino.

Poesia della notte

Raccontami di te e di me, di noi con i capelli nuovi
del chiaroscuro delle cose, del mare che restituisce
dopo anni, in altri posti ad altri amici,
delle righe verticali del tuo viso,
delle nostre paure nuove, di quelle già passate,

– singolare alleanza amorosa dei due folli sulla collina,
danzanti
sotto la luce del Sole e della Luna.

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Notte di pioggia

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È sonno,
è veglia
distratta,
tu sei
dovunque e non qui.
Mi sento
un fiore
troppo lontano
per essere spiato
da te,
nel suo sbocciare.

Cerco aiuto nel cielo, ma
Le nuvole mi rispondono grondando pioggia ruggendo
Fiati ghiacciati sul selciato picchiano
Non accompagnano, confondono,

E rinuncio
a cercarti,
mi appoggio
sulle mie debolezze.

Finirà questa pioggia,
riprenderemo a sentire la musica
e a vederci più chiaro.

Perché io ti scelgo, amore mio,
anche quando
non ti vedo.

Il fiore
è socchiuso,
tu
vieni vicino.

La pioggia
non ha
più acqua
per spaventarci.

Oppure è solo fuori, e qui dentro, con te,
la veglia è un lottare,
il sonno, un abbraccio.

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La tua risata mi fa, splendente.

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Mi chiami splendente, ma io mi illumino
al suono della tua risata…
Bentornato, spensierato ragazzo,
Sei il benvenuto tra le mie braccia.

Le guerre del mondo la tua voce rendono seria,
e velata di ansia, bisognosa di conforto. Devo sempre cercarti
Tra le pieghe della maschera del buon senso…

È la stanchezza, nelle sere autunnali,
che contagia i silenzi,
dilaga sulle intenzioni,
quando le preghiere della notte
sono un pigolio trasognato,
arreso, fiducioso

Nella nebbia notturna camminiamo da tempo cercandoci
e siamo sempre stati fianco a fianco,
e adesso, come per sempre,
Vivissimi.
Come il mio canto che è cambiato ma è più vero,
Come la tua risata che sembra la stessa di ieri,
Ma è più bella, oggi.

Così non ti chiamerò più mio cavaliere, come amavi
quando eravamo fidanzati,
sappiamo entrambi che non sei un cavaliere, e non sei nemmeno mio!
Ti chiamerò in segreto come tra noi, tutte le mattine, e le sere,
il sussurro, il richiamo,
il nome che solo,
posso aggiungere alla parola mio,
e che tu sei.

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Il cane più brutto del mondo.

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Nel collage di foto, potete vedere il cane più brutto e sgraziato del mondo, oltretutto definito diverse volte da veterinari ed esperti “cane problematico” con seri problemi di iperattività. Era un meticcio preso al canile, un misto di razze indefinibile, “dal cane lupo al bassotto”, aveva sentenziato la nostra prima veterinaria. Per questo aveva zampe troppo corte e piccole su un corpo di stazza media, piuttosto tozzo, e la testa grande.
Lo andammo a prendere al canile in occasione del compleanno di mio marito Claudio. Non avevamo mai avuto un cane prima, e io sono un’amante dei gatti, non so cosa ci sia preso. Siamo arrivati al canile e guardavamo se ci fosse stato un cane adatto a noi. Eravamo appena sposati. Questo botolo rossiccio di un anno e mezzo si è fatto strada con slancio deciso da capetto tra tutti gli altri cani, ha cominciato ad attirare la nostra attenzione in tutti i modi, a chiamarci, a leccarci le mani. Ci aveva scelto. Inutilmente il tale del canile ha cercato di farci riflettere, il colpo di fulmine era avvenuto.
Tobi venne con noi tremando di paura ed eccitazione, ricorderò per sempre che lo tenevo in braccio con il finestrino aperto e lui mise fuori il muso con la lingua penzoloni per prendere aria, e il cuore gli batteva così veloce che sembrava un count down di un’esplosione.
Scappava. Non stava al guinzaglio. Si è mangiato le gambe delle sedie del nostro primo tinello, Dei cuscini e delle pantofole strappate a brandelli in pochi fatali secondi, abbiamo presto perso il conto. Era bello il nostro primo divano… Per non parlare delle copertine, se le mangiava. Nel corso della sua vita Tobi ha mangiato in tutto quasi tre copertine di pile da una piazza.
Tobi ci ha accompagnato per i primi dieci anni del nostro matrimonio. Ha vissuto tutto con noi, le scoperte, le scelte, i momenti di gioia, di dolore, di paura. È venuto con noi negli spettacoli che facevamo come cantastorie, e per due volte ha anche partecipato, interagendo in modo fantastico con i bambini. Tobi voleva bene ai bambini, li rispettava e li proteggeva d’istinto, e li attirava come il miele attira le api.
Era dolcissimo e paziente con i bambini, quanto feroce con le biciclette. Abbaiava furiosamente e le inseguiva, una volta riuscì persino a pinzare, senza far male per fortuna, i pantaloni di un terrorizzato ciclista a Parco Ruffini. Ci hanno dato milioni di consigli, abbiamo provato tutto per educarlo, lo abbiamo fatto anche castrare per calmarlo… Ma Tobi era un ribelle, era fatto così, probabilmente, nella sua natura mista genetica, nel cervello era assolutamente convinto di essere un rottweiler, e con questa attitudine da bulletto affrontava gli altri cani maschi o femmine in generale.
Tante volte era una fatica tenerlo. Quando sono rimasta incinta di Susy, non riuscivo più a portarlo fuori, perché mi tirava pericolosamente. Da quel momento ha fatto coppia esclusiva con Claudio. E quando è nata Susy, noi gliel’abbiamo presentata. Lui le ha leccato le gambette, l’ha annusata per bene, è da quel momento è stato il suo protettore e guardia del corpo. Pazientissimo, Susanna poteva fargli qualsiasi cosa. Nell’ultimo periodo giocava con lui alla scuola, e voleva insegnargli a leggere. Stava ore ad insegnargli, a mettergli davanti al muso matita e foglietti con le lettere dell’alfabeto, e Tobi stava al gioco, quieto come un peluche, felice della compagnia.
Ci guardava adorante, si ritirava a orecchie in giù quando discutevamo, poi quando vedeva che le nubi scure erano passate, veniva con la sua copertina per giocare.
Quando Claudio ha perso il lavoro, è stato povero con noi, senza pappe speciali. Forse per questo ha imparato a mangiare qualsiasi cosa ci fosse di commestibile e anche non commestibile. Nel suo stomaco è finito di tutto: matite, spugnette, fazzoletti, fogli di libri e giornali, pezzetti di plastica… Era più veloce lui ad ingoiare che noi nel precipitarci ad impedirglielo. La veterinaria, quando noi correvamo preoccupatissimi per l’ennesimo pranzetto sopra le righe, alzava le spalle e sospirava, rassegnata: se non gli ha fatto male…
Aveva un fiuto eccezionale per le persone. Se Tobi non si fidava, abbaiava in un modo speciale, che avevamo imparato a conoscere. E non si sbagliava. Con le persone che gli piacevano, e con i nostri amici, abbaiava furiosamente lo stesso, poi portava la copertina per giocare, e la usava nei modi più imbarazzanti, davanti a tutti, con me e Claudio occupati a sorridere e a minimizzare, o a cercare di distrarre gli ospiti stupefatti dallo scandalo.
Per la sua stramba conformazione fisica, Tobi aveva cominciato presto a soffrire di artrite. Aveva molto dolore perché le sue zampette erano troppo piccole rispetto al peso del corpo. E infine, una brutta malattia lo ha colpito a dieci anni compiuti, abbattendolo in modo velocissimo.
L’abbiamo accompagnato in paradiso un mattino di dicembre.
Tobi ha vissuto con noi quasi undici anni tempestosi, di alti e bassi pazzeschi, viaggi e ricerche, follie e gioie meravigliose, crescita dolorosa, entusiasmo, illusioni e disillusioni, coraggio, lotta dura e insieme fede, dolcezza, ottimismo, ostinazione nel volare sempre alto, mai cedere. Ho come la sensazione che abbia assorbito qualcosa di importante di quegli anni, e in un certo senso se li sia portati dietro, in cielo, unico testimone di tanto amore.

Ora, vicino a me sonnecchia e fa le fusa una gattina dolce, umile, saggia, tranquilla. Hermione sta segnando con la sua presenza la crescita della nostra vita come coppia, come famiglia. L’armonia profonda che si crea nella relazione con una creatura è uno dei doni più grandi e rivelatori che Dio possa fare all’uomo. Claudio ed io siamo diventati più dolci, umili, saggi, tranquilli? Sì, certo.
Insomma… Abbastanza.
Quando Hermione va a caccia, e si muove come una panterina sinuosa e pronta all’azione, quando giochiamo con la pallina, e se gliela tiro alta lei scatta in balzi eccezionali di un metro e più girando su se stessa, poi si spaventa da sola del salto e scappa a nascondersi sotto i cuscini del divano, il tutto nel giro di brevissimi secondi, oppure quando per saltare dovunque si mette in pericolo, e la ritroviamo seduta sul davanzale del balcone che ci guarda con gli occhioni sgranati come dire: “Hai visto dove sono finita? Secondo te sono nei guai?” …Noi accorriamo fingendo indifferenza, con il cuore in gola.
E lei fa un piccolo “mrrù” e con un agile elegante saltino scende come niente fosse…

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