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L’incubo del bugiardo.

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Il servo si avvicinò, abbassando le mani,Il mento sul petto, le ginocchia per terra.

Il bugiardo lo guardò chinarsi, non pensava niente,

Solo che stasera doveva andare alla casa al mare,

Per riposarsi.

Viviamo tutti brutti momenti, disse. Il servo non lo guardava,

Potrei aiutarti? Può darsi, ma tu hai soldi da investire?

Il servo scosse il capo, il bugiardo sospirò, sentendosi buono.

Io potrei aiutarti, ma non ho l’abitudine di fare prestiti che non mi saranno restituiti.

Il servo annui, il bugiardo continuò: hai bisogno di un lavoro?

Certo, ti faccio sapere. Adesso chiedo in giro. Intanto preghiamo. 

Potevo darti un lavoro, ma l’ho dato a mio cugino, sai, così i soldi restano in famiglia.

Avevo un altro lavoro per te, ma la figlia di una mia amica deve andare in Australia questa estate,

Capisci che ha bisogno di un po’ di cash…

Si rende indipendente.

Avevo anche un altro lavoro, 

Ma tu non sei tra gli amici e gli amici dei miei amici, quindi mi dimentico così facilmente

Di te

Scusa.

Il servo se ne andò.

Il bugiardo alzo le spalle, prese lo smartphone e chiamò un suo amico, 

Scosse il capo.

Come stai? Sei già partito per il mare? Io domani.

Certo che questo servo è in difficoltà, bisogna pregare per lui…

È che non vuole nemmeno lavorare.

Teneva la testa chinata sui miei piedi, poteva almeno chiedermi

Se volevo che mi lucidasse le scarpe…

Invece niente, si vede che non vuole lavorare.

Okay, io vado al mare.
Quella sera, sulla strada per il mare, 

La pioggia era forte, l’auto del bugiardo sbandò 

Sbattè contro il guardrail restò appesa sul nulla,

Nessuno passava. Il bugiardo cominciò ad urlare

Non poteva muoversi. Qualsiasi movimento in più lo avrebbe fatto precipitare.
Vide il servo che spiava la sua paura dal finestrino,

Intuì le sue parole:

Adesso sei come me, costretto a stare immobile.

Adesso sei come me, qualsiasi mossa ti rovina.

Adesso sei come me, hai bisogno di aiuto e non c’è nessuno,

Sotto la pioggia, sul bordo del nulla.
Il bugiardo chiuse gli occhi, ma non riusciva più a pregare,

Vomitò per la paura di morire,

Per gli occhi del servo che lo scrutavano dal finestrino.
Il servo tese la mano, apri la portiera e lo aiutò ad uscire,

L’auto precipitò senza rumore, solo quello della pioggia.

La mia auto! Urlò il bugiardo, il servo sorrise.
Il bugiardo cercò lo sguardo del servo,

Lo trovò inginocchiato vicino a lui, sotto la pioggia.

Il bugiardo scosse la testa, alzò le spalle, tossicchiò discreto,

Scusa sai, adesso non posso proprio aiutarti, 

Devo comprarmi la macchina nuova.

Poi io non ho l’abitudine di fare prestiti, sono contrario,

Poi non avrei nessun lavoro da proporti, se ne ho uno lo dò ai miei amici

E ai figli dei miei amici. 

Il servo si alzò in piedi, sorrise leggero,

Scomparve nella pioggia senza una parola.
Il bugiardo si svegliò tremando di terrore nel suo letto.

Meno male che domani sarebbe andato a fare shopping con la moglie e i figli,

Ai musei e poi al cinema, cenando al ristorante,

Si sarebbe distratto un po’.

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Faccio un nuovo sentiero.

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Guardo davanti a me e vedo pietra grigia, Alzo lo sguardo e vedo la cima della montagna.
Solo qualche passo indietro, per riconoscere

Chi mi sbarra il passaggio.
So che posso scegliere: buttarmi contro i massi urlando,

Cercare di arrampicarmi, ma sono scalza, le mie mani

Da tempo sono ferite,

Inutile ammalarmi con la stolta rabbia, non sono una violenta:

Ai muri che s’alzano, io oppongo sempre 

una resistenza creativa.
Scivolo, sfuggo, svolto di lato, scompaio, corro,

Mi metto a cantare e sorrido,

Non sarà la montagna a fermarmi.
Anzi, lei resta là, immobile, dura,

E io danzo e canto serena,

Faccio un nuovo sentiero.

Prima di rialzarmi, lasciami urlare, oggi non ho sentinelle.

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Prima di rialzarmi, lasciami urlare: oggi
io non ho sentinelle, ho solo abiti larghi in cui nascondermi.

Urlo l’ingiustizia dei ricchi che fanno i buoni, 

il mio urlo si scontrerà contro un muro di indifferenza, 

ma urlerò lo stesso, lo stesso, io protesto, io invoco

come nell’antico testamento, la vendetta di Dio, che vede, che vede,

e ascolta il mio grido.
Avrò misericordia degli ipocriti tutti, quando mi sarò rialzata.

Ma adesso, in terra, io posso, io voglio urlare.
A te, che fai sempre finta di aiutarci, ma prima valuti

quale sarà il tuo tornaconto.

A te, specialista delle belle parole, butti gli avanzi e poi scompari,

(il febbricitante cane randagio li consuma, felice,

e poi continua a navigare nel buio, senza amore

reciproco.)

Proprio a te, che passerai queste feste al mare con figli e nipoti,
Che quel cane randagio ti sia fantasma negli incubi delle tue notti,

Che tu possa capire, ma un attimo troppo tardi,

Che tu possa sentire fame, sete, abbandono e solitudine,

Che la mano che non hai teso possa caderti di netto, 

Che tu possa vivere in un respiro, tutto il dolore di anni del povero

Che ogni tua parola e pensiero di giudizio possa trasformarsi nella tua malattia

Quotidiana, e non ti dia pace, non ti dia pace, mai pace, mai.

(Adesso mi rialzo intanto fammi finire, ti prego, la rabbia mi serve a tenere dritta la mia schiena)
Tu, che neghi la condivisione che potresti dare al povero,

Tu, ricordati, che nell’eternità sarà il contrario.

Sarai meravigliato e addolorato, perché ti credevi tanto giusto, tanto buono.
Sarebbe stato questione di un attimo, per salvare un fratello.

Lo sguardo stanco e le righe tese del viso benedetto del povero che amo,

Ti siano accusa e condanna eterna.
E adesso mi alzo, e ti perdono. 

Ma non lo scrivo qui.
  

La tua pretesa.

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Nelle preghiere inesauste di una vita,Nel peregrinare tra strade strette strozzate

Perdendo il fiato, anche senza mai

Senza mai vedere, solo correre e annaspare

Nelle lacrime spesse e dolorose delle mattinate in solitudine,

Nelle lacrime soffocate, non viste, mangiate con i sussurri

Delle periferie delle nostre 

Inesauste preghiere,

In questo silenzio supponente, sfiancante, inutile,

Nella sempre più stanca debolezza, nell’aumentare delle medicine,

Nella ostinata resistenza, nella nostra ingenuità a pensarti buono, 

Nella nostra inettitudine a farci ascoltare, 

Nella sordità della tua indifferenza,

Nella nostra umiliazione, nel nostro dover sempre pagare il conto,

Nell’ipotesi non provata di quella che chiamano la tua misericordia,

Nell’ospedale da campo del mio cuore, dilaniato

Dalle grida altissime di tutti i morenti, i morenti,

I feriti, la mancanza, grigia e ferma d’amore,

Nell’immaginarsi disperato del bambino solo, che qualcuno 

Ci sia, anche non visto, a pensare a te, a non abbandonarti,

Nello smaniare parlando da sola, impazzita a cercare miracoli

Che ormai so dati a caso, senza una vera cura, noi condannati

A restare invisibili, senza amore, perché così ti va,

In tutto questo dolore spalancato,

Comprendo in me:

Sei Tu, 

Sei Tu che hai bisogno

Di essere perdonato da me.