Archivi categoria: Gesù Abbandonato

Ferite aperte.

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Diventare sensibile al dolore
Dell’altro

Senza paragonarlo al mio

Solo 

Restando in ascolto.

Quando hai le ferite aperte

Che ti porti dietro, anche nell’infinita gioia,

Anche potendole guarire, o avendo la possibilità

Di cancellarle,

Ma non vuoi dimenticare di essere stato anche tu,

Ferito,

Questo, è amare 

per sempre.

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Ma in questa mia città.

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Ma in questa mia città di pubblica amministrazione e imprenditori, politici già ricchi e se li eleggeranno saranno ancora più ricchi, e ricchi che si fingono poveri per sentirsi buoni,Tu, fortunato, che cammini spedito chiedi sostegno ma io nei polsi ho il ricordo

Del profugo 

vestito di due tovaglie bianche sotto la pioggia

Non chiedeva niente, sono io che gli ho regalato il mio ombrello.
Ma in questa mia città a nessuno importa del verde, se non quando conosci un assessore,

Dell’azzurro, se non per disporre fiori con un colore che non contrasti con il cielo, che non contrasti.
Ma in questa mia città mi chiedono di sostenere chi può diventare importante,

Dei piccoli e dei poveri, della poesia e della creazione, mi spiace,

Non ci sono interessati.
Mia città, eppure io ti amo tanto,

Ma la tua vocazione è diversa dalla mia, io cerco il piccolo, tu pensi in grande,

Io vado controcorrente, tu coltivi il potere.

Di essere invisibile me ne sono accorta presto.

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Di essere invisibile me ne sono accorta presto, quando nessuno si accorgeva dei lividi sulla faccia e sulle gambe,nel corpo di una gatta randagia ho vagato per questa vita fingendo superiorità sui dolori, 

ho finto di addomesticarmi per amore, per seguire Te,

Tu solo sai con quale naturalezza ricamo vita quotidiana sul niente

che sono.
Se mi tendi la trappola del cerchio, io ti ignoro, se insisti io soffio,

anche tu, che ti amo tanto, ti soffio, 

se insisti, se vuoi prendermi, ti soffio.
Gatta domestica, calda e presente,

Gatta randagia, ferita e fiera,
Invisibile sempre, invisibile trasparente,

Il dolore che non puoi sapere, è la più spessa nebbia.

Falso muro.

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Proseguendo alla cieca, ci spostiamo veloce a seconda del vento, forse evadendo la domanda essenziale – forse temendola.

È possibile che abbiamo vissuto millenni in un bosco illuminato da cespugli di fragole

cercando mele dai castagni seri e pazienti,

aspettando che l’uva piovesse dalla cima delle silenziose betulle,

lamentandoci dell’avarizia del bosco, l’avarizia.
Siamo noi che feriti, spaventati, malati vediamo nebbia,

e intanto il vento ha soffiato forte sopra un fiore, 

si è aperto 

e contiene il mare. 

 

Venerdì santo.

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Eppure i due sposi danzano con i baci,e la loro umile vita canta lo stesso, nella luce.

Posso sentire nostalgia di te?

Ma certo. Ed è anche un mio diritto, sentire nostalgia di te.

E tu

adesso riposi.

Ferito, mai stanco,

di amarci.

Giovedì santo.

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Domani ci alzeremo presto, andremo a correre al parco.Ci sarà il sole, l’aria verde e delicata, e parleremo tanto,

Respirando ossigeno. 

Non vedremo le difficoltà, o forse sì, saremo a rischio angoscia,

guardando in avanti, cercando soluzioni,

Dio ci vuole qui.

Tu non sei d’accordo, io 

Scrivo poesie ogni giorno.

  

Mercoledì santo. Due gocce.

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Scende piano, non da sola, si fa strada, amica della gravità, lungo la guancia, sfiora la mandibola, una sua sorella arriva al mento, cade, scompare.

Non voglio piangere sotto la doccia o la pioggia, non quando mi lavo il viso, i denti o le mani,

un attimo, due gocce,

la mia preghiera inascoltata, il peso del silenzio, 

il punto del punto interrogativo, 

quello che tira giù il gancio,

lo dedico a chi amo, subito.

E l’ape blu non si appoggia, mi vola intorno, mi predilige.

Si fa bella.

La tua pretesa.

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Nelle preghiere inesauste di una vita,Nel peregrinare tra strade strette strozzate

Perdendo il fiato, anche senza mai

Senza mai vedere, solo correre e annaspare

Nelle lacrime spesse e dolorose delle mattinate in solitudine,

Nelle lacrime soffocate, non viste, mangiate con i sussurri

Delle periferie delle nostre 

Inesauste preghiere,

In questo silenzio supponente, sfiancante, inutile,

Nella sempre più stanca debolezza, nell’aumentare delle medicine,

Nella ostinata resistenza, nella nostra ingenuità a pensarti buono, 

Nella nostra inettitudine a farci ascoltare, 

Nella sordità della tua indifferenza,

Nella nostra umiliazione, nel nostro dover sempre pagare il conto,

Nell’ipotesi non provata di quella che chiamano la tua misericordia,

Nell’ospedale da campo del mio cuore, dilaniato

Dalle grida altissime di tutti i morenti, i morenti,

I feriti, la mancanza, grigia e ferma d’amore,

Nell’immaginarsi disperato del bambino solo, che qualcuno 

Ci sia, anche non visto, a pensare a te, a non abbandonarti,

Nello smaniare parlando da sola, impazzita a cercare miracoli

Che ormai so dati a caso, senza una vera cura, noi condannati

A restare invisibili, senza amore, perché così ti va,

In tutto questo dolore spalancato,

Comprendo in me:

Sei Tu, 

Sei Tu che hai bisogno

Di essere perdonato da me.

  

Mentre cadiamo.

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Scegli noi, 

Nuotiamo controcorrente

Fino a lasciarci andare, sconfitti,

Verso le cascate.
Gli spettatori aprono la bocca, alzano le mani, 

Pochissimi si gettano nella schiuma dell’acqua per aiutare,

Moltissimi contano le loro sicurezze e si distraggono nel pensiero continuo 

e travestito 

di essere stati buoni a venire fin lì

A dispiacersi per i morenti.

E noi nuotiamo ancora un po’, ancora il sospiro di una novena,
E poi ci lasciamo andare, e sorridiamo

Ai fotografi incompetenti.
Eppure bastava solo un miracolo,

Ma il viaggio è comprendere

Scavando al vuoto, 

Che il sacrificio 

è il privilegio.
Tu ridi e tieni strette le tue sicurezze, dici meno male che non siamo noi, scuoti la testa preoccupato di mantenere le tue sicurezze, le tue sicurezze, Noi ci sciogliamo crollando dall’alto verso il fiume ingrossato, che va al mare, E ti cantiamo: noi abbiamo il privilegio della povertà, noi abbiamo il privilegio e adesso moriamo,

E tu, tu hai solo sicurezze.
Ma Signore, Padre buono, mentre cadiamo

cantiamo anche a Te, per un umano senso di giustizia: 

Qualche volta,

Sarebbe bello se tu intervenissi a fare a cambio,

E il privilegio a lui, al ricco: a noi,

Magari, anche una volta sola,

La decima parte 

delle sue sicurezze.
(meditando lo scritto di Santa Chiara “Il privilegio della povertà” . Scultura “Migranti” di Ciro )

  

La fragilità dell’altro.

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So che la cosa migliore sarebbe appoggiare i miei capelli biondi su un cuscino di velluto azzurro,

e piangere, non in silenzio,

fino a vedersi aprire le finestre sulla giornata di sole e sugli alberi macchiati d’autunno

e rialzarmi.

Ma questo non varrebbe la pena,

se non sapessi che trovi un posto adatto per piangere anche tu.

Magari sul tavolo dove ti addormenti la sera, per lasciare più posto nel divano a tua figlia,

o meglio, nella trasparenza del tuo caffè la mattina,

quando hai compagno solo il tuo intimo silenzio, e sei tutto con te.
Vorrei risolvere questo momento, dicendo al tempo: vai pure, so cosa fare, e invece

devo lasciargli lo scettro,

sono orgogliosa però che non abbiamo lasciato cadere la notte,

queste sono solo le ferite dopo il precipizio, ma siamo già risaliti.

Ma siamo già risaliti.
Mio sposo, l’amore è amare seppure intrisi 

della fragilità dell’altro, non tanto della propria,

anche la tua e la mia insieme, 

diventano una.