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Il prossimo fiammifero.

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Con arte sottile lasci cadere il fiammifero acceso, in modo che nessuno se ne accorga,Al centro del bosco.

Poi camminando svelto, sai trovare le scorciatoie per raggiungere a passo veloce

La cima della collina.

Di là, guardi l’incendio divampare, gli alberi incenerirsi, gli animali soffocare, con alte grida di terrore 

Morire

E una lacrima ti sfiora la guancia 

Al sicuro, sulla cima della collina.

I soccorritori non arrivano, il fuoco è divampato

Rimasto nel buio e nell’ombra ha distrutto, ha ucciso.

Ma anche se arrivassero i vigili del fuoco, non riuscirebbero a scoprire

Che sei stato tu, il distruttore di vita.

Direbbero: autocombustione, è la siccità 

Di questi giorni.

E direbbero: guarda quel signore in cima alla collina, come piange,

Si vede che amava il bosco.
Ora io ti dico che il tuo gioco verrà scoperto,

Perché il prossimo bosco che distruggerai comincerà ad urlare il tuo nome,

Tutti i rami di tutti gli alberi anneriti dal fumo, tutte le alte grida degli animali feriti

Urleranno: è lui! È stato lui!

Verrà ritrovato il fiammifero, risaliranno alle impronte delle tue scarpe,
Allora tu dirai, piangendo: mi dispiace, sono un povero peccatore.
Ti lasceranno andare per pietà, e tu andrai a casa pensando da domani sarà diverso

Mentre le tue dita giocherellano nascoste nella tasca 

con il prossimo fiammifero.

  

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Il cassetto del tavolo (Alessandro Bergonzoni e Don Ciotti, alla Certosa 1515 in “Dire, fare, scrivere, narrare, leggere e cambiamento”, 29-7-2014

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Ogni volta che assisto ad uno dei recital di Alessandro Bergonzoni, sento la sua esigenza di “volare alto”, come artista, come testimone. Non si accontenta, ci conduce in un volo dove le parole svelano il loro significato più alto, nel confondersi e prendere senso sfumando in altre parole sorelle. E questa parentela è sempre una sorpresa, una scoperta, ti lascia meravigliata, l’anima piacevolmente sospesa di stupore, in questa sospensione si alleggerisce e può essere condotta nel volo dell’artista.
Martedì sera il volare alto di questo artista era evidente. Era come se solo ogni tanto planasse e sfiorasse con le ali le cose del mondo: ogni tanto accennava la situazione politica, l’etica, la televisione, le carceri, i social… Citava, sfiorava appena e subito s’innalzava, voleva donarci un modo di vedere le cose alto, non ovvio, non consueto. In questo volo, lasciandosi andare e seguendolo con fiducia (la fiducia che il pubblico accorda all’attore) ecco che la sua visione del mondo si intuiva, nessun giudizio, nessuna asperità, solo un vederci chiaro con l’anima, che ti consente di provare, di intuire liberamente.
E dopo il monologo, il duetto con don Ciotti è stato la continuazione di questo stato d’animo che l’artista ci ha donato. Risate, non voluti non sense, battute, tanta, tantissima tenerezza nelle parole di entrambi.
Ecco come l’arte buona e bella ti può avvolgere e rivelare il meglio di noi. Ecco quanto fa bene, lo sforzo e l’intenzione ostinata, inevitabile, di volare alto, sempre. Ecco come volare alto serve ad avere la visione panoramica delle cose, a diventare noi stessi narratori della nostra vita, che è fatta, contaminata, invasa, benedetta dalle vite degli altri.
Tutto quello che ho sentito è stato arte, arte pura e leggera, un volo che dice e rivela, il potere evocativo di bellezza e verità della parola portato al miglior umano possibile, e di più.
Cosa vuol dire essere artisti? Un indizio che ho intuito vivendo questa esperienza è che essere artisti è vivere pienamente la vita, provarla, e non solo la nostra, anche quella degli altri, del mondo, e poi narrarla liberamente, cogliendone la bellezza, l’ironia, la profondità del senso che non è solo quello che si vede quando la gravità ti schiaccia a terra. Alzarsi in questi vento, sprofondare dentro e fare noi per primi esperienza per poi poterla narrare-testimoniare. Esperienza di che cosa? Della vita stessa, senza i filtri e le aspettative sociali imposti dal mondo. E allora anche la vita che finisce di un piccolo bimbo malato terminale ti si svelerà come una meravigliosa opera d’Arte dolcissima e tenera, in sé pienamente compiuta, perché infinitamente amata così com’è.
Ecco come l’Arte, cogliendo la bellezza e la tenerezza della vita, ci salva.
Ecco come oggi solo la tenerezza, può salvare il mondo.

(Ed è così! Quanto bisogno di tenerezza, in questo mondo pieno di negatività, aggressività, violenza, guerre, imposizioni, dispetti… La Tenerezza, salverà il mondo.)

E che infinita tenerezza nelle parole di Don Ciotti, a descrivere l’altare della chiesetta della Certosa 1515 (sulla strada per la Sacra di San Michele, vicino a Torino). Un tavolo, un semplice tavolo di cucina intorno al quale, anni fa, sedevano i malati di AIDS che la comunità di don Ciotti accoglieva quando erano scacciati da tutti. Tutte le persone che sedevano intorno a quel tavolo, ha ricordato, sono morti tutti. Tutti crocifissi.
Alla fine dell’incontro siamo passati a visitare la chiesetta e il tavolo che fa da altare. Noto che la lucerna è accesa, ma non vedo il tabernacolo. Allora chiedo, e:

Il Santissimo c’è, lo abbiamo messo nel cassetto del tavolo che ha vissuto tanto dolore, è lì… –

È proprio vero: la tenerezza, salva il mondo.

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Come guarire dalla stanchezza.

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Lungo il sentiero, la donna volava, e il vento del suo volo teneva alta la testa dei piccoli fiori di prato. Questo il giuramento, questa la magia. Se la donna si fermava a riposare, i fiori di prato perdevano il colore, rinsecchivano, si accasciavano nel verde guardandola con l’immagine dell’ultima speranza ormai inerte nelle pupille, nascoste tra gli stami.
La donna dava il suo volo finché stanca, sbandava, crollava a terra, sbatteva nei rami come schiaffi, sbagliava, si fermava.
Una notte trillante di lucciole estive il suo angelo la fermò, prendendola per mano. Adesso basta affannarsi, riposa, le sussurrò. La donna si guardò intorno, con il cuore pieno di angoscia. Se mi fermo, i fiori di campo moriranno, pianse, e i suoi occhi erano una preghiera nuova, che meravigliata diluiva se stessa nel vuoto infinito dello sguardo dell’angelo.
No, disse semplicemente l’angelo. La vita dei fiori non dipende dal tuo volo. Tu sei libera dai fiori e i fiori sono liberi da te. Ti restituisco la leggerezza dei tuoi gesti, ti riporto il sorriso del tuo sì.
Era vero. Nell’aria privata dal vento del suo volo, i fiori vivevano. Alcuni che dovevano morire, morivano. Alcuni erano già morti, ma il vento del volo della donna li tendeva verso l’alto. Lei aveva sempre pensato di dare loro la vita, invece stava solo sostenendo steli ormai secchi. La donna vide la verità, e ringraziò. I fiori ringraziarono e la donna e i fiori diventarono amici. Lei volava tra loro e loro con lei, ma da quella notte il volo era libero, sereno, fatto di vita e di morte, di movimento armonico, di profumi e danze.
L’angelo si appartò di nuovo, nella casa segreta delle lucciole, e suonava il violino per la donna e i suoi fiori.
Tutto questo è accaduto ieri sera, tutto.
Lacrime, fiori, danze e musica, angelo e donna.

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I poeti erano poveri. (Indizi per riconoscere gli autentici poeti)

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I poeti erano poveri. Questo potrebbe essere il primo indizio. I poeti erano poveri, non andavano in giro in suv, camminavano fino a sfondare la suola dei sandali, e mentre camminavano, ridevano. I poeti respiravano aria, e avevano la sclera azzurrina perché nella pupilla trasparente si rifletteva il cielo del primo giorno di primavera. E si fissava, quel l’azzurro, non andava via, ecco la differenza. I poeti avevano per tutta la vita, negli occhi, il cielo di quel primo giorno di primavera, in cui hanno guardato il mondo, e si sono commossi di fronte alla musica che nessuno ascoltava, e poi hanno vissuto così, per tutta la vita, gli occhi con il riflesso azzurro e le orecchie ferite.
I poeti lavoravano e cucinavano il necessario, e poi giocavano con i bambini, i poeti si mettevano un naso rosso e cantavano la musica delle balere, e si abbracciavano con i malati, e non avevano paura, i bambini capivano.
I poeti si divertivano un sacco, solo che nel sacco c’era una croce, ma nessuno lo sapeva, si poteva intuire solo dalle poesie. I poeti non erano poeti di professione, non aprivano scuole di poesia e letteratura, non contavano nulla, i poeti non c’entravano con nulla, il traffico quotidiano passava attraverso i loro corpi, i poeti erano troppo lenti ai semafori, agli incroci e a parcheggiare.
Sentivano musica, fantasticavano, rendevano grazie.
E il clacson nevrotico non serviva da zavorra, niente serviva, i poeti
volavano e sorridevano, e non avevano paura.
Qualche volta sentivano la fatica di vivere da poeti. Si fermavano, piangendo, poi ripartivano, perché non ci si può fermare, da poeti. Oppure sì, potevi farlo, bastava abbandonare il sacco con la croce, lo abbandonavi davanti a un cassonetto, e poi ti trasformavi subito in un vincente.
Però il sacco non restava mai da solo. C’era sempre un bambino o una bambina che passava di là, vedeva il sacco da poeta abbandonato, lo raccoglieva e diventava suo per sempre.
Cominciava a divertirsi …un sacco!
Era una corsa. I poeti correvano, correvano, sempre in movimento, ma non in giro per il mondo, quello lo potevano fare solo i poeti ricchi (se mai ne sono esistiti), in movimento con la vita, con le esperienze, con gli incontri, con la gioia, con il dolore.
I poeti erano poveri, si divertivano un sacco, correvano tutta la vita, amavano essere poveri, amavano il sacco, amavano correre, amavano la vita. La loro vita era un inno all’amore, tutto esprimeva amore, sapevano essere colmi di gratitudine, sapevano essere felici, si fidavano dei sogni, credevano in ciò che non si vede, sentivano, e raramente si sbagliavano…
Ecco, ti ho dato gli indizi. Adesso guarda, ascolta. Li vedi? Ci sono? Vivono nascosti? Attenti agli imitatori, sono moltissimi. Li scopri dalla loro vita, dal cielo negli occhi, e dalle ferite nelle orecchie.

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Re Ciproco. (Ama per primo!)

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Ecco una favola leggera e divertente sull’amore. Per piccoli e grandi… Buona lettura!

C’era una volta un re… Sì, il re di un regno piccolino e grazioso, nascosto tra le montagne, non lontano da casa tua. Guarda, se parti stamattina e segui la strada dei raggi di sole con i sassolini bianchi e gli alberi di ciliegio sempre in fiore sotto la neve, lo trovi, non ti puoi sbagliare.
Nonostante il regno fosse così bello, pacifico, sereno, il re non era felice. Da quando era stato eletto re, il suo viso era sempre imbronciato, si alzava al mattino già stanco ed annoiato, guardava dalla finestra e sbuffava, insoddisfatto. Neanche il suo nome gli piaceva. Si chiamava Ciproco. Ciproco. Che nome da manicomio, ti si attorciglia la lingua solo a pensarci.
La sua mamma, la regina madre, insieme ai tutti i suoi sudditi, erano molto preoccupati per il giovane re. Il suo era un male d’amore, lo sapevano tutti! Il giovane re era infatti innamorato perdutamente di Deliah, la bella proprietaria del negozio di frutta e verdura, il più fornito del villaggio, che sorgeva con tutti i suoi colori vivaci e profumi squisiti proprio nella piazza centrale del paese, di fronte alla grande fontana dorata. Purtroppo, la bella negoziante non ricambiava l’amore del giovane re. Aveva un caratterino indipendente e deciso, e il suo cuore non lasciava spazio alle romanticherie… E dire che il re le aveva provate proprio tutte! Fiori meravigliosi, cioccolatini e mille altre dolci delizie spumeggianti, persino un braccialetto intarsiato di giada proveniente dal lontano oriente, niente da fare. I fiori finivano nel cestino, i dolcetti venivano regalati ai commessi, e il braccialetto? Quando la bella Deliah lo vide, disse al re in trepida attesa: bello, bello, ha un discreto valore economico… Se lo vendo, posso rifare l’insegna del mio negozio! Arriva giusto in tempo, grazie maestà!
Ecco perché, con l’andare del tempo, il re diventava sempre più ombroso e pessimista, nervoso e vendicativo. Una piccola nuvola nera, gonfia di temporale, cominciò un lunedì mattina ad addensarsi sulla sua testa assorta in buie considerazioni, e non lo lasciò più, anzi, giorno dopo giorno la nuvola nera cresceva e cresceva sulla sua testa… Gli amici e le persone che gli avevano voluto bene cominciarono ad abbandonarlo: non era facile stare vicino ad una persona con una nuvola di tempesta piena di elettricità sulla testa! Il re era sempre più solo, e più era solo, più il suo umore peggiorava. La regina madre non sapeva più che fare: non so più cosa dargli, ha già tutto! Ripeteva tra sé o alle sue dame di compagnia, amareggiata: è così bravo e buono questo figlio mio… Perché non fa come gli altri re e si sposa una principessa che dorme vittima di un incantesimo, o un’altra rinchiusa in una torre, ce ne sono un sacco da queste parti! Ci sono state due streghe che si sono lamentate perché le loro favole non possono andare avanti senza un bel giovane che venga a combattere contro di loro, gettarle in un dirupo e sposarsi la principessa, ma lui non vuole andare, dice che si annoia! Si annoia, lui!
Un giorno, il re decise di partire, di andare via. Fu inutile qualsiasi tentativo della regina madre di trattenerlo, lo chiuse anche in camera, urlando: decido io quando e se te ne vai! Sono o non sono la regina madre? Ma lui annodò le lenzuola ed uscì dalla finestra. Uscì dal castello e poi dal villaggio, e prese il sentiero dei ciliegi in fiore sotto la neve. Aveva freddo, perché era scappato in pigiama, e senza scarpe. Non si era portato dietro nemmeno la corona, così nessuno avrebbe potuto riconoscerlo.
Cosa cercava? Chi cercava? Non riusciva a saperlo. In questo momento aveva solo il cuore che batteva a mille, il respiro affannoso e le labbra secche e indurite dall’inverno e dall’agitazione. Non aveva sonno e non aveva fame. Voleva solo camminare, camminare e basta.
Non aveva fatto cinquecento passi, che dal folto del bosco di ciliegi arrivò una vocina piccola piccola ma melodiosissima:
-Dove vai, giovane re? –
-Chi sei? Come mi hai riconosciuto? E dove sei? -, rispose sospettoso il giovane re, guardandosi intorno con l’aria minacciosa di un ninja pronto a saltare. La vocina rise a campanellino:
-Quante domande, giovane re! Sono una creatura di questo bosco di ciliegi, sono nascosta tra i rami del ciliegio grande, e ti ho riconosciuto anche se non hai la corona, perché hai la nuvola nera che ti segue in cielo a due metri circa dalla tua testa!
Perché non ti fai vedere? –
-Non mi sto nascondendo… Vieni a trovarmi, e mi vedrai! –
Il giovane re si precipitò nel folto del bosco, incuriosito. Quella voce era troppo attraente, aveva un tono vellutato e gioioso che conquistava. Arrivò di fronte al grande ciliegio al centro del bosco, alzò il capo, e vide graziosamente appoggiata sulla ciliegia più rossa, appena coperta di neve, una splendida farfalla blu, dorata e viola.
-Tu… parli? -, esclamò sorpreso il giovane re. La farfalla sbatté le ali con ironia.
-No… Sono una tua allucinazione… Ma certo che parlo, cosa credi, che puoi parlare solo tu?-
-No, no… Certo… –
-Ascoltami bene, perché ho poco tempo per dirti come stanno le cose. Tu ami la bella proprietaria del negozio di frutta e verdura del tuo villaggio, ma lei non ti vede nemmeno… È vero? –
-È vero. Ma tu… –
-Lasciami parlare! Tu le regali fiori, gioielli, le fai le serenate, ma lei niente, come se tu non esistessi, non è così?-
-Ma insomma, io non ti permetto di trattare un re come… –
-Ma che non mi permetti non mi permetti! Apri le orecchie, re dei miei stivali, e rispondi alla mia domanda: vuoi conquistare la ragazza o vuoi amarla? –
-Ma è la stessa cosa! –
-Non è la stessa cosa. Conquistare qualcuno è facile, amare qualcuno è un po’ più impegnativo. Tu cosa vuoi?-
Il giovane re abbassò lo sguardo, scosse la testa e rispose sincero:
-Ah, farfallina mia… Mi basterebbe che lei si accorgesse di me, che volesse conoscermi… Vorrei parlare con lei, presentarmi, per vedere se posso piacerle… –
-Allora amala per primo. Questo è il mio consiglio. Amala per primo. –
-Ma come… Che razza di consiglio è? Io ho fatto di tutto per… –
-Non parlo di regali e corteggiamenti. Io ti parlo di amore. -.
La preziosa farfalla volteggiando leggera volò via, e lasciò il giovane re esclamando tintinnante e sibillina:
-Amala per primo, giovane re! –
Il giovane re restò silenzioso a pensare. Trascorse tutta la notte nel bosco di ciliegi innevato, e la mattina dopo aveva compreso. Tornò al villaggio di corsa, e correva così veloce che la nuvola nera e piovosa sopra il suo capo restava indietro, e non riusciva più a raggiungerlo.
Arrivò ansimando nella piazza del villaggio, e cercò con gli occhi, mentre cercava di riprendere fiato, il negozio della sua bella amata. Lei era lì, stava aprendo le imposte, canticchiando contenta del sole del mattino. Vicino al suo negozio sostava un carro trainato da un asinello, colmo di cesti di frutta colorata e sacchi polverosi di patate.
Deliah si avvicinò al carro, diede una mela all’asinello e lo accarezzò, poi cominciò a rimboccarsi le maniche, e con energia prese il primo cesto di frutta e lo portò all’interno del negozio, senza smettere di canticchiare.
Il giovane re sapeva cosa fare. Prese anche lui un pesante sacco di patate, e cominciò ad aiutare Deliah a scaricare.
La bella negoziante uscì dal negozio e lo guardò sconcertata:
-Ma, … Maestà… Lei non deve… –
-Io… – rispose deciso il giovane re, trascinando con fatica il sacco di patate – in questo momento non sono il re. Sono un tuo amico, e ti voglio aiutare.-
-Ma questo non è lavoro per te. Lascia fare a me. –
-Insisto, Deliah. Voglio condividere con te questa fatica. Non voglio che tu smetta, non voglio farlo io per te. Voglio che lo facciamo insieme. Mi fa piacere. –
Deliah rimase colpita dalle parole del giovane re, non disse più niente, e i due giovani, aiutandosi a vicenda, scaricarono tutto il carro. Poi, il giovane re si offrì di riportare l’asinello nella stalla, e Deliah lo guardò allontanarsi e sorrise.
-Grazie. – gli disse, quando il giovane re ritornò.
-Mi ha fatto piacere lavorare insieme. -, sorrise il giovane re, mentre il suo cuore trionfava.
-Anche a me. –
-Hai bisogno di qualcos’altro? –
-Oh no, no no, sei stato fin troppo gentile… Piuttosto… Vuoi fermarti a fare colazione con me? –
-Per tutta la vita. – , sorrise il giovane re, e la nuvola nera, già tanto in ritardo, sbiancata e indebolita, si dissolse nel cielo soleggiato come una bolla di fumo trasparente.

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