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Ma in questa mia città.

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Ma in questa mia città di pubblica amministrazione e imprenditori, politici già ricchi e se li eleggeranno saranno ancora più ricchi, e ricchi che si fingono poveri per sentirsi buoni,Tu, fortunato, che cammini spedito chiedi sostegno ma io nei polsi ho il ricordo

Del profugo 

vestito di due tovaglie bianche sotto la pioggia

Non chiedeva niente, sono io che gli ho regalato il mio ombrello.
Ma in questa mia città a nessuno importa del verde, se non quando conosci un assessore,

Dell’azzurro, se non per disporre fiori con un colore che non contrasti con il cielo, che non contrasti.
Ma in questa mia città mi chiedono di sostenere chi può diventare importante,

Dei piccoli e dei poveri, della poesia e della creazione, mi spiace,

Non ci sono interessati.
Mia città, eppure io ti amo tanto,

Ma la tua vocazione è diversa dalla mia, io cerco il piccolo, tu pensi in grande,

Io vado controcorrente, tu coltivi il potere.

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3 Haiku dedicati ai modi per svegliarsi al mattino.

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VOLENTIERI.

Volentieri, il pettirosso

sorride,

di nascosto dagli uomini,

occupati in inutili

competizioni.

HAI SORRISO TANTO.

Eppure io vedo

nella nebbia diradata del cuore,

il tuo sorriso.

Tu

hai sorriso tanto

come i bambini

che benedicevi.

DUE MODI PER SVEGLIARSI AL MATTINO.

Svegliarsi insonni,

pugni stretti per prevaricare,

e sentirsi vivi così.

Svegliarsi affettuosi

e sorridere al tuo mio volto allo specchio

niente pugni stretti, per noi,

siamo il vento attraverso.
  

Lacrime

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Lacrime di attesa, lacrime di preghiera, lacrime di nostalgia,
lacrime di rabbia, lacrime di allergia, lacrime di paura,
lacrime di tenerezza, lacrime di desiderio,
lacrime di vento, lacrime di una musica ricordata,
lacrime che urlano, lacrime bagnate di rugiada,
lacrime bagnate di fango,
lacrime come le tue e le mie, segrete,
silenziose,
inadeguati sospiri di fronte al tuo infinito,
lacrime essenziali
subito scomparse, lacrime promesse
e mai permesse,
lacrime,
come un fiume sotterraneo rendono fertili le colline,
e fragili,
ma tu non avverti,
lacrime che sei tu,
oggi, non altro
che tutte queste lacrime
sei Tu.

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Un sole giallo, un cuore al centro.

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Chi è quel coraggioso Esperto di misteri
che con amore scommette se stesso nell’impresa
di portare una tenera, funzionante armonia
tra il caos creativo e il quieto ricordare,
tra il lasciarsi andare al vuoto e la solida memoria?
E quale temerario potrebbe mai scoprire
morbide, energiche corrispondenze
tra il dondolio insinuante di una canzone nuova,
e la prudenza, la tradizione?

Un sole giallo, un cuore al centro, vivo, grondante vita,
Accogliente e caldo,

Lo abbiamo cercato e voluto, gli abbiamo fatto spazio insieme,
È Lui
Che eternamente ci fa
uno.

(È il gioco che io e mio marito abbiamo realizzato insieme durante un laboratorio dedicato alla coppia, domenica scorsa. Si trattava di colorare questo tao, all’origine vuoto, senza accordarci a parole, in silenzio, ma lasciandoci trasportare in modo libero e spontaneo. Mi sono lasciata andare ad una canzone che avevo dentro, in un centro modo fiduciosa che quell’incontro ci sarebbe stato. Poi mi sono accorta che lui stava dipingendo il paesaggio dei girasoli che abbiamo contemplato tanto quest’estate, in vacanza tra Marche ed Umbria… Il sole del suo cielo, il centro del mio girovagare sereno e rilassato… È Lui, che in eterno, ci ha fatto uno.)

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Specchio d’acqua

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Specchio specchio dell’acqua che rifletti
La pianta dei miei piedi appena germogliata,
Non aprirti, non cedere al mio passo, se
Le mie palpebre si illuminano,
E oltre la tempesta,
Mi bacia il sole.

Specchio buono, specchio incuriosito,
Lei mi aspetta e mi tende le mani,
Sette passi più in là, per insegnarmi
A camminare…

Nel suo sorriso io volerei all’istante,
Ma nell’attimo presente della gatta – occhi paurosi e pigri,
Forse esiteremo ad appoggiare il piede?

O specchio azzurro, specchio di lago, specchio di mare
In tempesta, specchio di roccioso scivoloso torrente in discesa,
Specchio come l’acqua della spiaggia dei bambini,
Specchio, specchio, riflettimi e sostienimi,

Tu sei l’unica strada.

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Il coraggio dei girasoli

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Se riesci a sfiorare la terra con i tuoi piedi nudi, sentirai il fresco della rugiada, poi il calore delle piante che crescono. Se puoi appoggiare anche le mani, appoggiarle per terra come per accarezzare i capelli della tua mamma,
ascolterai i brividi che suonano i passi dei lupi lontani, lontani, tranquilla, ma li potrai sentire.
E se nessuna paura sorge ad impedirtelo, distenditi con tutto il corpo a testa in giù e tocca la terra, allarga le braccia, appoggia anche le gote e i capelli,
e intuisci il mare, poco lontano, il mare che liscia ogni asprezza, accoglie e respira.
Se sei abbastanza coraggiosa, alzati piano, e tendi i tuoi muscoli al cielo, resta in punta di piedi, così il vento riesce a condurti dove vuole.
Alza il viso, se lo credi opportuno,
chiudi gli occhi, se non hai paura delle sorprese,
rivolgiti al sole, come per gratitudine.
Se ti sorprende un sorriso,
se non è troppo per te, non fermarlo.
Lasciale, quelle due rughe piccoline ai lati della bocca,
sottovoce stanno cantando la tua vita.
E il profumo della camomilla e degli ulivi,
e il mare è lì, perla dei coraggiosi,
dietro i campi sterminati di girasoli.

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Il cassetto del tavolo (Alessandro Bergonzoni e Don Ciotti, alla Certosa 1515 in “Dire, fare, scrivere, narrare, leggere e cambiamento”, 29-7-2014

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Ogni volta che assisto ad uno dei recital di Alessandro Bergonzoni, sento la sua esigenza di “volare alto”, come artista, come testimone. Non si accontenta, ci conduce in un volo dove le parole svelano il loro significato più alto, nel confondersi e prendere senso sfumando in altre parole sorelle. E questa parentela è sempre una sorpresa, una scoperta, ti lascia meravigliata, l’anima piacevolmente sospesa di stupore, in questa sospensione si alleggerisce e può essere condotta nel volo dell’artista.
Martedì sera il volare alto di questo artista era evidente. Era come se solo ogni tanto planasse e sfiorasse con le ali le cose del mondo: ogni tanto accennava la situazione politica, l’etica, la televisione, le carceri, i social… Citava, sfiorava appena e subito s’innalzava, voleva donarci un modo di vedere le cose alto, non ovvio, non consueto. In questo volo, lasciandosi andare e seguendolo con fiducia (la fiducia che il pubblico accorda all’attore) ecco che la sua visione del mondo si intuiva, nessun giudizio, nessuna asperità, solo un vederci chiaro con l’anima, che ti consente di provare, di intuire liberamente.
E dopo il monologo, il duetto con don Ciotti è stato la continuazione di questo stato d’animo che l’artista ci ha donato. Risate, non voluti non sense, battute, tanta, tantissima tenerezza nelle parole di entrambi.
Ecco come l’arte buona e bella ti può avvolgere e rivelare il meglio di noi. Ecco quanto fa bene, lo sforzo e l’intenzione ostinata, inevitabile, di volare alto, sempre. Ecco come volare alto serve ad avere la visione panoramica delle cose, a diventare noi stessi narratori della nostra vita, che è fatta, contaminata, invasa, benedetta dalle vite degli altri.
Tutto quello che ho sentito è stato arte, arte pura e leggera, un volo che dice e rivela, il potere evocativo di bellezza e verità della parola portato al miglior umano possibile, e di più.
Cosa vuol dire essere artisti? Un indizio che ho intuito vivendo questa esperienza è che essere artisti è vivere pienamente la vita, provarla, e non solo la nostra, anche quella degli altri, del mondo, e poi narrarla liberamente, cogliendone la bellezza, l’ironia, la profondità del senso che non è solo quello che si vede quando la gravità ti schiaccia a terra. Alzarsi in questi vento, sprofondare dentro e fare noi per primi esperienza per poi poterla narrare-testimoniare. Esperienza di che cosa? Della vita stessa, senza i filtri e le aspettative sociali imposti dal mondo. E allora anche la vita che finisce di un piccolo bimbo malato terminale ti si svelerà come una meravigliosa opera d’Arte dolcissima e tenera, in sé pienamente compiuta, perché infinitamente amata così com’è.
Ecco come l’Arte, cogliendo la bellezza e la tenerezza della vita, ci salva.
Ecco come oggi solo la tenerezza, può salvare il mondo.

(Ed è così! Quanto bisogno di tenerezza, in questo mondo pieno di negatività, aggressività, violenza, guerre, imposizioni, dispetti… La Tenerezza, salverà il mondo.)

E che infinita tenerezza nelle parole di Don Ciotti, a descrivere l’altare della chiesetta della Certosa 1515 (sulla strada per la Sacra di San Michele, vicino a Torino). Un tavolo, un semplice tavolo di cucina intorno al quale, anni fa, sedevano i malati di AIDS che la comunità di don Ciotti accoglieva quando erano scacciati da tutti. Tutte le persone che sedevano intorno a quel tavolo, ha ricordato, sono morti tutti. Tutti crocifissi.
Alla fine dell’incontro siamo passati a visitare la chiesetta e il tavolo che fa da altare. Noto che la lucerna è accesa, ma non vedo il tabernacolo. Allora chiedo, e:

Il Santissimo c’è, lo abbiamo messo nel cassetto del tavolo che ha vissuto tanto dolore, è lì… –

È proprio vero: la tenerezza, salva il mondo.

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Gli applausi inopportuni.

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Sono cinque giorni che viviamo in attesa e preparazione della sera. Organizzazione e cena al sacco, è necessario arrivare non dopo le sei per potersi sedere di fronte al palco e aspettare tre ore e mezzo, perché i concerti iniziano alle ventuno e trenta.
E poi Torino. Piazza San Carlo accogliente ed elegante, le vie del centro affollate, i turisti che passano e si fermano, piacevolmente sorpresi. È il Festival dedicato alla musica di Mozart.
E Mozart è uno spiritello insolente e delicatissimo, beffardo e gentile. Ti provoca, ti mette al muro e non ti lascia scampo, ti ipnotizza e fa di te quello che vuole, e tu diventi morbido come una nuvola, e ti lasci sedurre.
In questi tempi dove sembra che non si possa comunicare né informare, né esprimersi “artisticamente” senza essere prepotenti e aggressivi, dove ti insegnano fin da bambini che la persona degna di ammirazione è colui o colei che sa imporsi non importa con quali mezzi, che si fa ricco di denaro e chiude gli occhi con indifferenza di fronte alla sofferenza dei piccoli, che sviluppa una noncuranza ai sentimenti, anzi, agli affetti, per seguire uno stile di vita freddo e privo di amore, che fa soffrire intimamente, che rende le persone depresse croniche, dipendenti da sonniferi e psicofarmaci già in giovanissima età, ma ti viene presentato come l’unico modo possibile di vivere, emozioni e voglie senza profondità né libertà di scelta…

La musica di Mozart ti seduce con la bellezza, con l’armonia. Ti suggerisce che un mondo armonioso, dolce, buono è possibile e soprattutto non è noioso, ma anzi, è infinito, destabilizzante, sorprendente, allegro. La pace è possibile, si basa sull’avere un tenero sguardo misericordioso sulle vicende umane. Si fonda laicamente sul voler essere insieme “tutti contenti”, e spiritualmente sul saper cogliere l’armonia infinita che percorre tutti i nostri attimi presenti, di cui siamo impastati, perché siamo creature fatte e volute per amore.
A volte, la musica di Mozart si vela di purissima malinconica nostalgia. Lui non la esprime con gli eccessi patetici o sconvolgenti della passione romantica, no, lui va all’essenziale, ad un discorso musicale fatto di note isolate, perse nell’atmosfera, talmente pure e scarne, altissime.
Mozart ha ricevuto in dono dal cielo la grazia di saper testimoniare per sempre, che quell’armonia essenziale, malinconica o gioiosa, è possibile.
È possibile! L’ha scritta un uomo, anzi, un giovane uomo dalla vita abbastanza pasticciata, al di là delle troppe leggende. È stato un uomo giovane, laico, semplice, a scrivere queste note che ci parlano di armonia gioiosa o della nostalgia della sua apparente assenza, e allora questo significa che questa armonia di pace è dentro tutti noi.
Io sono certa che Mozart non è quel genio assoluto (e dissoluto) unico e irripetibile, che tanti conoscono dalle leggende sul suo conto. Mozart semplicemente ha usato il suo talento, che era dire al mondo che essere felici è possibile, e la felicità si basa sulla gioia desiderata, voluta e scelta, sulla ricerca anche addolorata e spersa dell’armonia che regola ogni cosa umana, sul perdono benevolo, sulla voglia di giocare come i bambini, sulla pace frutto dello sguardo misericordioso reciproco (penso al finale delle Nozze di Figaro, solo per dare un esempio evidente).
Anch’io posso essere Mozart. Nella mia vita quotidiana. Mi basta non accontentarmi di niente di meno dell’armonia pura e altissima che dona senso e frutto alla vita quotidiana. E se non la riesco a cogliere, se vivo nel dolore e questa ricerca mi è proprio impossibile, almeno sentirne la nostalgia, la sete, ripetermela dentro, continuare a sentire e a credere che non solo esiste, ma è possibile.
Ad ognuno la scelta di scrivere la parola armonia con l’iniziale maiuscola o minuscola.

In piazza San Carlo, durante i concerti e le sinfonie, le persone non esperte dei riti e delle necessità d’ascolto della musica esprimono il loro entusiasmo anche in momenti poco adatti, per esempio con gli applausi tra un movimento e l’altro.
Lo so. La regola vorrebbe (e giustamente) che ci sia silenzio fino alla fine del concerto.
Ma quell’applauso spontaneo a me dice che qualcuno, anzi forse in tanti, in una sera qualsiasi d’estate, grazie all’ennesimo miracolo della musica di Mozart, hanno sentito dentro qualcosa smuoversi. Forse solo l’ammirazione o la commozione.
Io spero e prego che sia la nostalgia.
La nostalgia acuta, purissima e straziante di quell’armonia possibile, che improvvisamente, una sera d’estate qualsiasi, ti seduce, e ti fa mettere in viaggio per cercarla e per farla, tutto il resto della tua vita.

(Wolfgang Amadeus Mozart, concerto per pianoforte e orchestra k488, secondo movimento, adagio)
https://m.youtube.com/watch?v=mf711o8jAQA

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Il freddo inverno.

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L’inverno si era appropriato della città,
ogni albero sembrava una macchia, nell’umidità.

La nebbia nel mare sembrava sparire,
sembrava tramare dei sogni: esaudire.

Solo i passi potevi ascoltare,
se il suono non volevi ammalare.

E rimango ancora stupita,
per te, freddo: figura inorridita.

(Poesia e disegno di Susy, 10 anni)

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