Archivio mensile:aprile 2016

Alla mia voce.

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Ci sei?Resisterai?

Posso fidarmi? 

Non ti sento.

Vado avanti per la gioia che ho

nel donarti,

nello spargerti nell’aria,

nell’armonia che sento in me

e che ho paura di non riuscire

di non riuscire più 

che il filo si rompe,

è questa fragilità

che mi fa umile

e mi avvicina all’altro

è la mia ferita

e la mia salvezza.

Ora che farò

mi sento così piccola

devo solo chiudere gli occhi,

e se manchi,

sorridere.

Oppure cercare vie divertenti

per fare la pace con te

per fidarmi di nuovo,

per ridiventare 

amiche.

Questa fragilità mi salva

Questa fragilità mi salva

Questa fragilità mi salva,

Indifesa,

ti lascio 

andare.

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Sono invisibile.

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Sono invisibile. 
La consapevolezza mi aggancia il vestito d’improvviso,

lo strappa.

Di solito non me ne accorgo, vivo come se.

Poi, un pomeriggio,

mi stringe la gola il silenzio

e medito, sorpresa,

su come facilmente le persone si dimenticano

che avevamo parlato, che avevamo detto, che ci eravamo promesse,

che avevo scritto, che avevo chiesto, ma

c’è tanto da fare, sapessi.
Sono invisibile, il vantaggio è 

che alla fine, io sono libera.

Esco dalla tua falsa promessa e volo via,

il vento soffia dove vuole,

tu non sai di dove viene nè dove va,

così è di chiunque 

è nato.
E io sono felice, e voi

e voi,

Restate, ciechi.

Prima di rialzarmi, lasciami urlare, oggi non ho sentinelle.

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Prima di rialzarmi, lasciami urlare: oggi
io non ho sentinelle, ho solo abiti larghi in cui nascondermi.

Urlo l’ingiustizia dei ricchi che fanno i buoni, 

il mio urlo si scontrerà contro un muro di indifferenza, 

ma urlerò lo stesso, lo stesso, io protesto, io invoco

come nell’antico testamento, la vendetta di Dio, che vede, che vede,

e ascolta il mio grido.
Avrò misericordia degli ipocriti tutti, quando mi sarò rialzata.

Ma adesso, in terra, io posso, io voglio urlare.
A te, che fai sempre finta di aiutarci, ma prima valuti

quale sarà il tuo tornaconto.

A te, specialista delle belle parole, butti gli avanzi e poi scompari,

(il febbricitante cane randagio li consuma, felice,

e poi continua a navigare nel buio, senza amore

reciproco.)

Proprio a te, che passerai queste feste al mare con figli e nipoti,
Che quel cane randagio ti sia fantasma negli incubi delle tue notti,

Che tu possa capire, ma un attimo troppo tardi,

Che tu possa sentire fame, sete, abbandono e solitudine,

Che la mano che non hai teso possa caderti di netto, 

Che tu possa vivere in un respiro, tutto il dolore di anni del povero

Che ogni tua parola e pensiero di giudizio possa trasformarsi nella tua malattia

Quotidiana, e non ti dia pace, non ti dia pace, mai pace, mai.

(Adesso mi rialzo intanto fammi finire, ti prego, la rabbia mi serve a tenere dritta la mia schiena)
Tu, che neghi la condivisione che potresti dare al povero,

Tu, ricordati, che nell’eternità sarà il contrario.

Sarai meravigliato e addolorato, perché ti credevi tanto giusto, tanto buono.
Sarebbe stato questione di un attimo, per salvare un fratello.

Lo sguardo stanco e le righe tese del viso benedetto del povero che amo,

Ti siano accusa e condanna eterna.
E adesso mi alzo, e ti perdono. 

Ma non lo scrivo qui.
  

L’occasione di amare.

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Sono la creatura che compare all’improvviso, dietro un cancello, malandata, bisognosa, e ti guarda.

Non miagolo, non chiedo, solamente ti guardo. 

Lascio il mio destino al tuo intuito? No, io in qualche modo me la caverò, sai.

È che ti stavo regalando un’occasione esclusiva 

di amare.

  

Il vero prepotente 

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Il vero prepotente è la persona ricca di superfluo, che quando incontra il povero che dignitosamente chiede aiuto, invece di condividere il suo,indica generosamente la parrocchia più vicina.

E lui se ne torna nella sua comoda casa, allegro tra i suoi privilegi,

Contento di essere stato buono, nemmeno un dubbio lo sfiora,

Dorme tranquillo la notte, credibile, simpatico.

Io, che credo, so già quanto peserà un giorno, quella condivisione mancata,

Quanto pesante diventerà il suo portafoglio rimasto orgogliosamente pieno.

E la consapevolezza non mi fa più contenta.

  

Falso muro.

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Proseguendo alla cieca, ci spostiamo veloce a seconda del vento, forse evadendo la domanda essenziale – forse temendola.

È possibile che abbiamo vissuto millenni in un bosco illuminato da cespugli di fragole

cercando mele dai castagni seri e pazienti,

aspettando che l’uva piovesse dalla cima delle silenziose betulle,

lamentandoci dell’avarizia del bosco, l’avarizia.
Siamo noi che feriti, spaventati, malati vediamo nebbia,

e intanto il vento ha soffiato forte sopra un fiore, 

si è aperto 

e contiene il mare.