Archivio mensile:luglio 2014

Il cassetto del tavolo (Alessandro Bergonzoni e Don Ciotti, alla Certosa 1515 in “Dire, fare, scrivere, narrare, leggere e cambiamento”, 29-7-2014

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Ogni volta che assisto ad uno dei recital di Alessandro Bergonzoni, sento la sua esigenza di “volare alto”, come artista, come testimone. Non si accontenta, ci conduce in un volo dove le parole svelano il loro significato più alto, nel confondersi e prendere senso sfumando in altre parole sorelle. E questa parentela è sempre una sorpresa, una scoperta, ti lascia meravigliata, l’anima piacevolmente sospesa di stupore, in questa sospensione si alleggerisce e può essere condotta nel volo dell’artista.
Martedì sera il volare alto di questo artista era evidente. Era come se solo ogni tanto planasse e sfiorasse con le ali le cose del mondo: ogni tanto accennava la situazione politica, l’etica, la televisione, le carceri, i social… Citava, sfiorava appena e subito s’innalzava, voleva donarci un modo di vedere le cose alto, non ovvio, non consueto. In questo volo, lasciandosi andare e seguendolo con fiducia (la fiducia che il pubblico accorda all’attore) ecco che la sua visione del mondo si intuiva, nessun giudizio, nessuna asperità, solo un vederci chiaro con l’anima, che ti consente di provare, di intuire liberamente.
E dopo il monologo, il duetto con don Ciotti è stato la continuazione di questo stato d’animo che l’artista ci ha donato. Risate, non voluti non sense, battute, tanta, tantissima tenerezza nelle parole di entrambi.
Ecco come l’arte buona e bella ti può avvolgere e rivelare il meglio di noi. Ecco quanto fa bene, lo sforzo e l’intenzione ostinata, inevitabile, di volare alto, sempre. Ecco come volare alto serve ad avere la visione panoramica delle cose, a diventare noi stessi narratori della nostra vita, che è fatta, contaminata, invasa, benedetta dalle vite degli altri.
Tutto quello che ho sentito è stato arte, arte pura e leggera, un volo che dice e rivela, il potere evocativo di bellezza e verità della parola portato al miglior umano possibile, e di più.
Cosa vuol dire essere artisti? Un indizio che ho intuito vivendo questa esperienza è che essere artisti è vivere pienamente la vita, provarla, e non solo la nostra, anche quella degli altri, del mondo, e poi narrarla liberamente, cogliendone la bellezza, l’ironia, la profondità del senso che non è solo quello che si vede quando la gravità ti schiaccia a terra. Alzarsi in questi vento, sprofondare dentro e fare noi per primi esperienza per poi poterla narrare-testimoniare. Esperienza di che cosa? Della vita stessa, senza i filtri e le aspettative sociali imposti dal mondo. E allora anche la vita che finisce di un piccolo bimbo malato terminale ti si svelerà come una meravigliosa opera d’Arte dolcissima e tenera, in sé pienamente compiuta, perché infinitamente amata così com’è.
Ecco come l’Arte, cogliendo la bellezza e la tenerezza della vita, ci salva.
Ecco come oggi solo la tenerezza, può salvare il mondo.

(Ed è così! Quanto bisogno di tenerezza, in questo mondo pieno di negatività, aggressività, violenza, guerre, imposizioni, dispetti… La Tenerezza, salverà il mondo.)

E che infinita tenerezza nelle parole di Don Ciotti, a descrivere l’altare della chiesetta della Certosa 1515 (sulla strada per la Sacra di San Michele, vicino a Torino). Un tavolo, un semplice tavolo di cucina intorno al quale, anni fa, sedevano i malati di AIDS che la comunità di don Ciotti accoglieva quando erano scacciati da tutti. Tutte le persone che sedevano intorno a quel tavolo, ha ricordato, sono morti tutti. Tutti crocifissi.
Alla fine dell’incontro siamo passati a visitare la chiesetta e il tavolo che fa da altare. Noto che la lucerna è accesa, ma non vedo il tabernacolo. Allora chiedo, e:

Il Santissimo c’è, lo abbiamo messo nel cassetto del tavolo che ha vissuto tanto dolore, è lì… –

È proprio vero: la tenerezza, salva il mondo.

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Gli applausi inopportuni.

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Sono cinque giorni che viviamo in attesa e preparazione della sera. Organizzazione e cena al sacco, è necessario arrivare non dopo le sei per potersi sedere di fronte al palco e aspettare tre ore e mezzo, perché i concerti iniziano alle ventuno e trenta.
E poi Torino. Piazza San Carlo accogliente ed elegante, le vie del centro affollate, i turisti che passano e si fermano, piacevolmente sorpresi. È il Festival dedicato alla musica di Mozart.
E Mozart è uno spiritello insolente e delicatissimo, beffardo e gentile. Ti provoca, ti mette al muro e non ti lascia scampo, ti ipnotizza e fa di te quello che vuole, e tu diventi morbido come una nuvola, e ti lasci sedurre.
In questi tempi dove sembra che non si possa comunicare né informare, né esprimersi “artisticamente” senza essere prepotenti e aggressivi, dove ti insegnano fin da bambini che la persona degna di ammirazione è colui o colei che sa imporsi non importa con quali mezzi, che si fa ricco di denaro e chiude gli occhi con indifferenza di fronte alla sofferenza dei piccoli, che sviluppa una noncuranza ai sentimenti, anzi, agli affetti, per seguire uno stile di vita freddo e privo di amore, che fa soffrire intimamente, che rende le persone depresse croniche, dipendenti da sonniferi e psicofarmaci già in giovanissima età, ma ti viene presentato come l’unico modo possibile di vivere, emozioni e voglie senza profondità né libertà di scelta…

La musica di Mozart ti seduce con la bellezza, con l’armonia. Ti suggerisce che un mondo armonioso, dolce, buono è possibile e soprattutto non è noioso, ma anzi, è infinito, destabilizzante, sorprendente, allegro. La pace è possibile, si basa sull’avere un tenero sguardo misericordioso sulle vicende umane. Si fonda laicamente sul voler essere insieme “tutti contenti”, e spiritualmente sul saper cogliere l’armonia infinita che percorre tutti i nostri attimi presenti, di cui siamo impastati, perché siamo creature fatte e volute per amore.
A volte, la musica di Mozart si vela di purissima malinconica nostalgia. Lui non la esprime con gli eccessi patetici o sconvolgenti della passione romantica, no, lui va all’essenziale, ad un discorso musicale fatto di note isolate, perse nell’atmosfera, talmente pure e scarne, altissime.
Mozart ha ricevuto in dono dal cielo la grazia di saper testimoniare per sempre, che quell’armonia essenziale, malinconica o gioiosa, è possibile.
È possibile! L’ha scritta un uomo, anzi, un giovane uomo dalla vita abbastanza pasticciata, al di là delle troppe leggende. È stato un uomo giovane, laico, semplice, a scrivere queste note che ci parlano di armonia gioiosa o della nostalgia della sua apparente assenza, e allora questo significa che questa armonia di pace è dentro tutti noi.
Io sono certa che Mozart non è quel genio assoluto (e dissoluto) unico e irripetibile, che tanti conoscono dalle leggende sul suo conto. Mozart semplicemente ha usato il suo talento, che era dire al mondo che essere felici è possibile, e la felicità si basa sulla gioia desiderata, voluta e scelta, sulla ricerca anche addolorata e spersa dell’armonia che regola ogni cosa umana, sul perdono benevolo, sulla voglia di giocare come i bambini, sulla pace frutto dello sguardo misericordioso reciproco (penso al finale delle Nozze di Figaro, solo per dare un esempio evidente).
Anch’io posso essere Mozart. Nella mia vita quotidiana. Mi basta non accontentarmi di niente di meno dell’armonia pura e altissima che dona senso e frutto alla vita quotidiana. E se non la riesco a cogliere, se vivo nel dolore e questa ricerca mi è proprio impossibile, almeno sentirne la nostalgia, la sete, ripetermela dentro, continuare a sentire e a credere che non solo esiste, ma è possibile.
Ad ognuno la scelta di scrivere la parola armonia con l’iniziale maiuscola o minuscola.

In piazza San Carlo, durante i concerti e le sinfonie, le persone non esperte dei riti e delle necessità d’ascolto della musica esprimono il loro entusiasmo anche in momenti poco adatti, per esempio con gli applausi tra un movimento e l’altro.
Lo so. La regola vorrebbe (e giustamente) che ci sia silenzio fino alla fine del concerto.
Ma quell’applauso spontaneo a me dice che qualcuno, anzi forse in tanti, in una sera qualsiasi d’estate, grazie all’ennesimo miracolo della musica di Mozart, hanno sentito dentro qualcosa smuoversi. Forse solo l’ammirazione o la commozione.
Io spero e prego che sia la nostalgia.
La nostalgia acuta, purissima e straziante di quell’armonia possibile, che improvvisamente, una sera d’estate qualsiasi, ti seduce, e ti fa mettere in viaggio per cercarla e per farla, tutto il resto della tua vita.

(Wolfgang Amadeus Mozart, concerto per pianoforte e orchestra k488, secondo movimento, adagio)
https://m.youtube.com/watch?v=mf711o8jAQA

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Uno

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Niente mi strapperà dalla bellezza
E la bellezza sei Tu
– e siamo noi, nel vento di temporale di ieri,
le nostre risate ad intrecciarsi e sciogliersi,
purissime.
L’armonia che ragiono come possibilità o sogno
è al contrario,
una Presenza
Viva,
Abisso
di Gioia.
L’attesa,
la musica.

(Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia n.41 “Jupiter”, secondo movimento)
https://m.youtube.com/watch?v=prJ83R0Ev_8

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La costruttrice di aquiloni.

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Sono una formidabile costruttrice di aquiloni,
ne progetto di continuo,
grandi, piccoli, colorati, di stoffa, di carta,
con i fiocchi sul filo, con le stelle filanti,
aquiloni aquiloni meravigliosi,
che fanno saltare i bambini di gioia e puntare il dito verso il cielo,
che fanno fermare gli adulti mentre litigano,
e che distraggono con la loro bellezza l’umana agitazione del mondo,
così leggeri che si vede attraverso, vedi uno di loro e scorgi il cielo.

Ma restavo qui, seduta
nella penombra dietro il muro,
il mio aquilone in mano.
seduta, in silenzio, contemplavo il mio capolavoro,
sentivo il vento buono sulla faccia,
chiudevo gli occhi,
e stringevo il limite,
e costruivo frontiere,
e mi inventavo divieti,
e mi immaginavo sfortune,
con altri rassegnati disastri.

Ma oggi sono in piedi sulla cima della collina,
il mio aquilone in mano.
E tu sei il vento alle mie spalle,
e tu sei la discesa davanti ai miei occhi,
Tu sei i miei piedi e le mie scarpe, e la mia corsa…

L’esperimento di volo del mio aquilone inizierà tra poco. Mantenendo la calma e con la mia solita finta tranquillità comincerò a correre, stenderò il filo nell’aria, e il vento prenderà possesso del mio aquilone e dei miei capelli, e questo significa quando doni veramente tutto di te, che non è più tuo, quindi anche il mio aquilone, e chiuderò gli occhi, e non mi dispiacerà, e deciderò che è inutile e riduttivo tenere il filo, lo lascerò andare, lo lascerò volare, vedrò il cielo attraverso la carta trasparente del mio aquilone non più mio, ma solo un attimo…

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Mi sembra che tardino troppo, le stelle.

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Mi piacciono gli annimesiversari
quando te ne ricordi prima tu.
Mi sento nei giorni vissuti
Come nel sospiro del presente
Siamo:
Ridonati, vivi, piena di splendore.

E sorrido preparando la cena
E non guardo più il pavimento quando cammino,
Ed è tutta una musica
E danziamo in un musical,

Che impazienza,
Dover aspettare
Mi sembra che tardino troppo, le stelle.

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Risposte nel riflesso.

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…E al parco, vicino all’altalena ancora fredda di pioggia notturna, c’era questa bambina con i capelli corti e il vestito bianco, che parlava da sola, forse ad un amico immaginario.
Aveva le sopracciglia aggrottate, era molto seria. Non potevo sentire le sue parole, ma il tono della voce era un’insistente domanda, una domanda ripetuta, ripetuta, sempre uguale.
Alzavo gli occhi dal libro e poi cercavo di immergermi di nuovo nella lettura, ma quella domanda.
Che non si capivano le parole.
Pensavo che anche a me capita di fare domande continue, che non si capiscono le parole, che sono gesti quotidiani, indifferenti, tranquilli, invece significano tutt’altro.
È un vivere in una goccia di pioggia di domande.
La bambina si rifletteva a testa in giù, in una piccola pozzanghera di pioggia, sulla panchina, a poca distanza da me.
In quel riflesso, ho capito dai movimenti delle labbra della piccola, la domanda.
Ho svelato il mistero guardando il mondo all’incontrario.
E comunque non ho ancora smesso di domandare.

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