La notte tra domenica e lunedì

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Ci sono modi più divertenti di trascorrere la domenica sera, invece di finire al pronto soccorso, lo so. Ma la mia allergia non mi aveva lasciato scelta. Non essendo un codice urgente, ne ho avuto, di tempo, per aspettare.
La sala d’attesa del triage non era troppo affollata. Data l’ora serale, alcuni senzatetto sedevano con varie lattine di birra vicino alla sedia e si capiva, che quello era il posto al caldo e protetto scelto per passare la notte.
La notte tra domenica e lunedì.
La notte tra domenica e lunedì è sempre piena di inizi e promesse. Facciamo proiezioni sulla settimana che sta per iniziare. Qualcosa sappiamo che accadrà, abbiamo appuntamenti, scadenze. Altre aspettative sono più vaghe, talvolta speranze; altre volte, soprattutto in tempi di attesa e di difficoltà, il domani è una possibilità aperta, una preghiera con fede da sussurrare la sera della domenica.
La notte tra domenica e lunedì è la notte meno rassegnata della settimana. È come un piccolo capodanno, un invito a ricominciare, anche se piccolo, troppo attuale, temporaneo.
I senzatetto non vivono il respiro di questa notte. Per loro, la notte tra domenica e lunedì o la notte tra mercoledì e giovedì, non cambia la situazione. Qualcosa nella loro vita si è cristallizzato drammaticamente in un attimo dal quale non riescono più a fuggire, e esistono in una lentezza esasperante di gesti sempre uguali, solitari, esclusi, che riempiono una giornata.
Giovanni (così lo chiamava la guardia che ogni tanto faceva il giro, dura al bisogno ma paziente con queste presenze non troppo illogiche, in una sala d’attesa d’ospedale) continuava a volersi distendere per dormire, occupando tre sedie. La guardia lo invitava a stare seduto e a non prendersi troppo posto. Giovanni rispondeva oppresso dall’alcol, biascicando qualcosa di non troppo gentile… La guardia fingeva di non sentire, ma se esagerava lo sgridava. Poi è arrivata una donna magrissima e curva su se stessa, ancora giovane. Si è organizzata un angolo con la sua valigia, il suo tè, e decine e decine di salviettine e fazzoletti di carta bianca, che teneva perfettamente impilati e stirati, e nessuno poteva toccarglieli, erano il suo tesoro. Poi c’era un anziano che dormiva, le scarpe sfondate, e la guardia è passata a scuoterlo, per vedere se era vivo. Sei vivo? Gli ha chiesto.
Poi sono arrivati due ragazzi molto giovani, con l’aria dei capi branco. La ragazza, vestita di nero, voleva sembrare una pantera aggressiva e potente, e infatti le guardie non hanno detto più niente, i senzatetto si sono rivolti tutti a lei, lei ha avuto una parola per tutti, un abbraccio, quello era il suo mondo, la sua gente, lei si sentiva il capo. Il ragazzo masticava e sentiva musica all’auricolare, dondolando nervosamente le gambe senza seguire il ritmo.
Era una notte tra domenica e lunedì, ma il piccolo branco davanti ai miei occhi non aspettava, non sperava. Era tutto, tutto uguale alla sera prima, e a quella prima ancora, da chissà quanto sempre, e per chissà quanto per sempre.
Nella sala d’attesa di un pronto soccorso, che era il loro posto per la notte.
No, non casa.
La casa è come la notte tra domenica e lunedì. È luogo di speranza, di attesa, di progetto, di cose che vanno bene e cose che non vanno troppo bene, di movimento, di crescita, di nascita e di morte.
Era come vedere passare davanti agli occhi le ennesime vittime della regina delle nevi, ghiacciati nei gesti, fermi nelle usanze sempre uguali, chiusi nelle reiterazioni di parole, il viso fisso, senza espressioni.
Ecco dove bisognerebbe andare, a cosa bisognerebbe pensare. Ecco di cosa dovrei essere consapevole, io che mi presumo cristiana. E quando il dolore bussa alla mia porta, e dico tra le lacrime, ma dov’è Dio, da oggi mi piacerebbe ricordarmi, sapere dov’è.
Il mio dolore ha un domani, ha speranza, ha un lunedì… Ecco, cosa potrei donare.
Mia figlia mi mette il capo sulla spalla. Si era un po’ spaventata a vedermi star male, ma adesso va meglio. Adesso va meglio, il tempo si è mosso, ha prodotto cambiamenti, in questo caso un sollievo. Le accarezzo i capelli, e dentro di me prometto a quelle figure di cristallo di ricordare. Ricordarmi di loro, e scrivere di loro.
La loro disperazione sarà viva, non perfetta ma viva, in queste parole. Magari qualcuno leggerà, e loro diventeranno simboli, saranno vivi. Per adesso, non posso fare altro.
Ma non sembri inutile, il raccontare.

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