Archivio mensile:marzo 2014

I poeti erano poveri. (Indizi per riconoscere gli autentici poeti)

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I poeti erano poveri. Questo potrebbe essere il primo indizio. I poeti erano poveri, non andavano in giro in suv, camminavano fino a sfondare la suola dei sandali, e mentre camminavano, ridevano. I poeti respiravano aria, e avevano la sclera azzurrina perché nella pupilla trasparente si rifletteva il cielo del primo giorno di primavera. E si fissava, quel l’azzurro, non andava via, ecco la differenza. I poeti avevano per tutta la vita, negli occhi, il cielo di quel primo giorno di primavera, in cui hanno guardato il mondo, e si sono commossi di fronte alla musica che nessuno ascoltava, e poi hanno vissuto così, per tutta la vita, gli occhi con il riflesso azzurro e le orecchie ferite.
I poeti lavoravano e cucinavano il necessario, e poi giocavano con i bambini, i poeti si mettevano un naso rosso e cantavano la musica delle balere, e si abbracciavano con i malati, e non avevano paura, i bambini capivano.
I poeti si divertivano un sacco, solo che nel sacco c’era una croce, ma nessuno lo sapeva, si poteva intuire solo dalle poesie. I poeti non erano poeti di professione, non aprivano scuole di poesia e letteratura, non contavano nulla, i poeti non c’entravano con nulla, il traffico quotidiano passava attraverso i loro corpi, i poeti erano troppo lenti ai semafori, agli incroci e a parcheggiare.
Sentivano musica, fantasticavano, rendevano grazie.
E il clacson nevrotico non serviva da zavorra, niente serviva, i poeti
volavano e sorridevano, e non avevano paura.
Qualche volta sentivano la fatica di vivere da poeti. Si fermavano, piangendo, poi ripartivano, perché non ci si può fermare, da poeti. Oppure sì, potevi farlo, bastava abbandonare il sacco con la croce, lo abbandonavi davanti a un cassonetto, e poi ti trasformavi subito in un vincente.
Però il sacco non restava mai da solo. C’era sempre un bambino o una bambina che passava di là, vedeva il sacco da poeta abbandonato, lo raccoglieva e diventava suo per sempre.
Cominciava a divertirsi …un sacco!
Era una corsa. I poeti correvano, correvano, sempre in movimento, ma non in giro per il mondo, quello lo potevano fare solo i poeti ricchi (se mai ne sono esistiti), in movimento con la vita, con le esperienze, con gli incontri, con la gioia, con il dolore.
I poeti erano poveri, si divertivano un sacco, correvano tutta la vita, amavano essere poveri, amavano il sacco, amavano correre, amavano la vita. La loro vita era un inno all’amore, tutto esprimeva amore, sapevano essere colmi di gratitudine, sapevano essere felici, si fidavano dei sogni, credevano in ciò che non si vede, sentivano, e raramente si sbagliavano…
Ecco, ti ho dato gli indizi. Adesso guarda, ascolta. Li vedi? Ci sono? Vivono nascosti? Attenti agli imitatori, sono moltissimi. Li scopri dalla loro vita, dal cielo negli occhi, e dalle ferite nelle orecchie.

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La notte tra domenica e lunedì

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Ci sono modi più divertenti di trascorrere la domenica sera, invece di finire al pronto soccorso, lo so. Ma la mia allergia non mi aveva lasciato scelta. Non essendo un codice urgente, ne ho avuto, di tempo, per aspettare.
La sala d’attesa del triage non era troppo affollata. Data l’ora serale, alcuni senzatetto sedevano con varie lattine di birra vicino alla sedia e si capiva, che quello era il posto al caldo e protetto scelto per passare la notte.
La notte tra domenica e lunedì.
La notte tra domenica e lunedì è sempre piena di inizi e promesse. Facciamo proiezioni sulla settimana che sta per iniziare. Qualcosa sappiamo che accadrà, abbiamo appuntamenti, scadenze. Altre aspettative sono più vaghe, talvolta speranze; altre volte, soprattutto in tempi di attesa e di difficoltà, il domani è una possibilità aperta, una preghiera con fede da sussurrare la sera della domenica.
La notte tra domenica e lunedì è la notte meno rassegnata della settimana. È come un piccolo capodanno, un invito a ricominciare, anche se piccolo, troppo attuale, temporaneo.
I senzatetto non vivono il respiro di questa notte. Per loro, la notte tra domenica e lunedì o la notte tra mercoledì e giovedì, non cambia la situazione. Qualcosa nella loro vita si è cristallizzato drammaticamente in un attimo dal quale non riescono più a fuggire, e esistono in una lentezza esasperante di gesti sempre uguali, solitari, esclusi, che riempiono una giornata.
Giovanni (così lo chiamava la guardia che ogni tanto faceva il giro, dura al bisogno ma paziente con queste presenze non troppo illogiche, in una sala d’attesa d’ospedale) continuava a volersi distendere per dormire, occupando tre sedie. La guardia lo invitava a stare seduto e a non prendersi troppo posto. Giovanni rispondeva oppresso dall’alcol, biascicando qualcosa di non troppo gentile… La guardia fingeva di non sentire, ma se esagerava lo sgridava. Poi è arrivata una donna magrissima e curva su se stessa, ancora giovane. Si è organizzata un angolo con la sua valigia, il suo tè, e decine e decine di salviettine e fazzoletti di carta bianca, che teneva perfettamente impilati e stirati, e nessuno poteva toccarglieli, erano il suo tesoro. Poi c’era un anziano che dormiva, le scarpe sfondate, e la guardia è passata a scuoterlo, per vedere se era vivo. Sei vivo? Gli ha chiesto.
Poi sono arrivati due ragazzi molto giovani, con l’aria dei capi branco. La ragazza, vestita di nero, voleva sembrare una pantera aggressiva e potente, e infatti le guardie non hanno detto più niente, i senzatetto si sono rivolti tutti a lei, lei ha avuto una parola per tutti, un abbraccio, quello era il suo mondo, la sua gente, lei si sentiva il capo. Il ragazzo masticava e sentiva musica all’auricolare, dondolando nervosamente le gambe senza seguire il ritmo.
Era una notte tra domenica e lunedì, ma il piccolo branco davanti ai miei occhi non aspettava, non sperava. Era tutto, tutto uguale alla sera prima, e a quella prima ancora, da chissà quanto sempre, e per chissà quanto per sempre.
Nella sala d’attesa di un pronto soccorso, che era il loro posto per la notte.
No, non casa.
La casa è come la notte tra domenica e lunedì. È luogo di speranza, di attesa, di progetto, di cose che vanno bene e cose che non vanno troppo bene, di movimento, di crescita, di nascita e di morte.
Era come vedere passare davanti agli occhi le ennesime vittime della regina delle nevi, ghiacciati nei gesti, fermi nelle usanze sempre uguali, chiusi nelle reiterazioni di parole, il viso fisso, senza espressioni.
Ecco dove bisognerebbe andare, a cosa bisognerebbe pensare. Ecco di cosa dovrei essere consapevole, io che mi presumo cristiana. E quando il dolore bussa alla mia porta, e dico tra le lacrime, ma dov’è Dio, da oggi mi piacerebbe ricordarmi, sapere dov’è.
Il mio dolore ha un domani, ha speranza, ha un lunedì… Ecco, cosa potrei donare.
Mia figlia mi mette il capo sulla spalla. Si era un po’ spaventata a vedermi star male, ma adesso va meglio. Adesso va meglio, il tempo si è mosso, ha prodotto cambiamenti, in questo caso un sollievo. Le accarezzo i capelli, e dentro di me prometto a quelle figure di cristallo di ricordare. Ricordarmi di loro, e scrivere di loro.
La loro disperazione sarà viva, non perfetta ma viva, in queste parole. Magari qualcuno leggerà, e loro diventeranno simboli, saranno vivi. Per adesso, non posso fare altro.
Ma non sembri inutile, il raccontare.

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Oggi sono felice e mi sento.

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Oggi sono felice e ringrazio Dio perché di nuovo, per la milionesima volta nella nostra vita, abbiamo sperimentato la dolcezza, la tenerezza, la meraviglia della Provvidenza!!
Lo sapevo, che funziona sempre affidarsi. Ieri mattina, pregavo per una nostra amica, e sapevo dentro di me di quanto avessi bisogno io per prima, di preghiere, per la nostra necessità, allora ho detto al mio cuore: va bene, per noi pensaci Tu.
Fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi fidarmi…
Lo stesso movimento, lo stesso prendere il volo,
è risposta per qualsiasi cosa alla quale ci appassioniamo…
– Ecco che il pensiero quotidiano dentro me si sta trasformando. Le parole trascendono, diventano una specie di musica, e non parlo più a te, a me stessa. Entro in dialogo con Qualcuno dentro di me, fuori di me, che è tutto per me.
Mi piego volentieri, a questa consacrata, creativa leggerezza. Mi inginocchio e chino il capo a terra, fino a scomparire in Te.

La libertà autentica è
morire di passione
per ciò che amiamo
e poi essere duttili,
morbidi e leggeri e
lasciarsi trasportare
oltre
dalla volontà di Dio…
È amore, è Amore.
– …Un po’ come la più laica ma espressiva, piuma di Forrest Gump! (mossa dal caso? Un grazioso caso, oppure è un adagiarsi alla vita, con curiosità, leggerezza e amore… e tanta allegria? Se credi, questo adagiarsi è la vera Letizia, è presenza di Dio.)

Torna oggi, la frase del Vangelo che per me è
la musica della mia vita:
“…il vento soffia dove vuole, tu non sai di dove viene, nè dove va, così è di chiunque è nato dallo Spirito…”

Io lo so, che questa è la vera felicità.

(dedicato a Chiara, con
ri-conoscenza)

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Poesie della Quaresima #1. Tu conosci i miei piedi. (Fede del Giovedì Santo)

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Il balbettare quieto dell’acqua nel catino,
e la tua mano che preme il panno contro il bordo, attentamente.
In silenzio,
chini le spalle e i capelli ti coprono il viso,
socchiudi e abbassi gli occhi, umili.
Sei bello così,
mentre ti prendi cura di noi.

E così io
riposo in sobria cura:
Tu conosci i miei piedi.

(Il Giovedì Santo mi parla di affidarmi ai disegni del Padre e del Figlio. Lasciarmi lavare i piedi, è dire di sì al disegno di salvezza che la Santa Trinità ha preparato per noi. Senza sapere, con i piedi feriti e difficoltosi, non ho paura che Tu li prendi uno a uno, li lavi, li curi con amore. Scrivendo questi versi sento, tangibile, le tue mani che lavano i miei piedi, i tuoi occhi che li guardano con la misericordia che mi è necessaria a vivere… E la gratitudine, che riempie il mio cuore, è l’unica possibile risposta.)

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