Archivio mensile:gennaio 2014

Una preghiera impazzita

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Una preghiera impazzita
è aggrappata da giorni
al cancello di casa tua,
e non se ne va.
Alzi la tenda della finestra,
la vedi,
silenziosa,
cerca il tuo sguardo e ti fissa negli occhi,
le porti fuori biscotti e cioccolata calda,
un paio di guanti.

Che c’è tra me e te,
la scala in salita
la porta aperta,
le nocche bianche,
il freddo della cancellata.

La preghiera impazzita
si mangia una lacrima.
E non se ne va.

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Alcuni Haiku

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La casa nuova
Delle ore di preghiera
– Come il sonno,
Sorprende la risposta.

Gioco d’amore
Nel tessere, tremanti
Melodie.
Baci che risuonano.

Le fusa della mia gatta.
Un attimo puro,
rosa dell’aurora.
Ecco le buone notizie.

Umiltà
Madre a cui mi espongo,
voce quieta.
Sede della Sapienza.

Gesù Abbandonato
Tu sei il mio limite,
Mani ferite,
Braccia spalancate.

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L’attimo prima del miracolo.

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L’attimo prima del miracolo
quando non sai se credere alla gioia,
non sai se cogliere la speranza
che ti germoglia in cuore…
il senso di vertigine,
l’entusiasmo ed il silenzio,
la musica che smette.

E poi riprende.

Hai aspettato tanto,
mancano le parole, il respiro,

il più timido grazie del mondo,
vorrebbe esplodere in una vita di gratitudine.
Invece
la speranza
ascoltata,
è silenziosa, delicata…

un urlo sconnesso di gioia
che si fa canzone.

Perchè è così infinitamente incerto
e fragile
l’attimo prima

del miracolo.

(Musica: “C’è tempo” di Ivano Fossati. Immagine: Giotto, La dormizione della Vergine)

http://m.youtube.com/watch?v=N9NfWWVumaU

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L’infinitamente lieve.

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Di Claudio Abbado mi hanno sempre colpito i movimenti piccoli, leggerissimi, della bacchetta. L’infinitamente lieve, impercettibile… Che differenza con il viso fermo, autorevole, quasi severo… Nei movimenti delle sue mani la musica prendeva forma con una sobria essenzialità, ma nei movimenti più piccoli c’era una libertà così fine, elegante…

http://m.youtube.com/watch?v=5tcE0hM1Gtc

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Re Ciproco. (Ama per primo!)

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Ecco una favola leggera e divertente sull’amore. Per piccoli e grandi… Buona lettura!

C’era una volta un re… Sì, il re di un regno piccolino e grazioso, nascosto tra le montagne, non lontano da casa tua. Guarda, se parti stamattina e segui la strada dei raggi di sole con i sassolini bianchi e gli alberi di ciliegio sempre in fiore sotto la neve, lo trovi, non ti puoi sbagliare.
Nonostante il regno fosse così bello, pacifico, sereno, il re non era felice. Da quando era stato eletto re, il suo viso era sempre imbronciato, si alzava al mattino già stanco ed annoiato, guardava dalla finestra e sbuffava, insoddisfatto. Neanche il suo nome gli piaceva. Si chiamava Ciproco. Ciproco. Che nome da manicomio, ti si attorciglia la lingua solo a pensarci.
La sua mamma, la regina madre, insieme ai tutti i suoi sudditi, erano molto preoccupati per il giovane re. Il suo era un male d’amore, lo sapevano tutti! Il giovane re era infatti innamorato perdutamente di Deliah, la bella proprietaria del negozio di frutta e verdura, il più fornito del villaggio, che sorgeva con tutti i suoi colori vivaci e profumi squisiti proprio nella piazza centrale del paese, di fronte alla grande fontana dorata. Purtroppo, la bella negoziante non ricambiava l’amore del giovane re. Aveva un caratterino indipendente e deciso, e il suo cuore non lasciava spazio alle romanticherie… E dire che il re le aveva provate proprio tutte! Fiori meravigliosi, cioccolatini e mille altre dolci delizie spumeggianti, persino un braccialetto intarsiato di giada proveniente dal lontano oriente, niente da fare. I fiori finivano nel cestino, i dolcetti venivano regalati ai commessi, e il braccialetto? Quando la bella Deliah lo vide, disse al re in trepida attesa: bello, bello, ha un discreto valore economico… Se lo vendo, posso rifare l’insegna del mio negozio! Arriva giusto in tempo, grazie maestà!
Ecco perché, con l’andare del tempo, il re diventava sempre più ombroso e pessimista, nervoso e vendicativo. Una piccola nuvola nera, gonfia di temporale, cominciò un lunedì mattina ad addensarsi sulla sua testa assorta in buie considerazioni, e non lo lasciò più, anzi, giorno dopo giorno la nuvola nera cresceva e cresceva sulla sua testa… Gli amici e le persone che gli avevano voluto bene cominciarono ad abbandonarlo: non era facile stare vicino ad una persona con una nuvola di tempesta piena di elettricità sulla testa! Il re era sempre più solo, e più era solo, più il suo umore peggiorava. La regina madre non sapeva più che fare: non so più cosa dargli, ha già tutto! Ripeteva tra sé o alle sue dame di compagnia, amareggiata: è così bravo e buono questo figlio mio… Perché non fa come gli altri re e si sposa una principessa che dorme vittima di un incantesimo, o un’altra rinchiusa in una torre, ce ne sono un sacco da queste parti! Ci sono state due streghe che si sono lamentate perché le loro favole non possono andare avanti senza un bel giovane che venga a combattere contro di loro, gettarle in un dirupo e sposarsi la principessa, ma lui non vuole andare, dice che si annoia! Si annoia, lui!
Un giorno, il re decise di partire, di andare via. Fu inutile qualsiasi tentativo della regina madre di trattenerlo, lo chiuse anche in camera, urlando: decido io quando e se te ne vai! Sono o non sono la regina madre? Ma lui annodò le lenzuola ed uscì dalla finestra. Uscì dal castello e poi dal villaggio, e prese il sentiero dei ciliegi in fiore sotto la neve. Aveva freddo, perché era scappato in pigiama, e senza scarpe. Non si era portato dietro nemmeno la corona, così nessuno avrebbe potuto riconoscerlo.
Cosa cercava? Chi cercava? Non riusciva a saperlo. In questo momento aveva solo il cuore che batteva a mille, il respiro affannoso e le labbra secche e indurite dall’inverno e dall’agitazione. Non aveva sonno e non aveva fame. Voleva solo camminare, camminare e basta.
Non aveva fatto cinquecento passi, che dal folto del bosco di ciliegi arrivò una vocina piccola piccola ma melodiosissima:
-Dove vai, giovane re? –
-Chi sei? Come mi hai riconosciuto? E dove sei? -, rispose sospettoso il giovane re, guardandosi intorno con l’aria minacciosa di un ninja pronto a saltare. La vocina rise a campanellino:
-Quante domande, giovane re! Sono una creatura di questo bosco di ciliegi, sono nascosta tra i rami del ciliegio grande, e ti ho riconosciuto anche se non hai la corona, perché hai la nuvola nera che ti segue in cielo a due metri circa dalla tua testa!
Perché non ti fai vedere? –
-Non mi sto nascondendo… Vieni a trovarmi, e mi vedrai! –
Il giovane re si precipitò nel folto del bosco, incuriosito. Quella voce era troppo attraente, aveva un tono vellutato e gioioso che conquistava. Arrivò di fronte al grande ciliegio al centro del bosco, alzò il capo, e vide graziosamente appoggiata sulla ciliegia più rossa, appena coperta di neve, una splendida farfalla blu, dorata e viola.
-Tu… parli? -, esclamò sorpreso il giovane re. La farfalla sbatté le ali con ironia.
-No… Sono una tua allucinazione… Ma certo che parlo, cosa credi, che puoi parlare solo tu?-
-No, no… Certo… –
-Ascoltami bene, perché ho poco tempo per dirti come stanno le cose. Tu ami la bella proprietaria del negozio di frutta e verdura del tuo villaggio, ma lei non ti vede nemmeno… È vero? –
-È vero. Ma tu… –
-Lasciami parlare! Tu le regali fiori, gioielli, le fai le serenate, ma lei niente, come se tu non esistessi, non è così?-
-Ma insomma, io non ti permetto di trattare un re come… –
-Ma che non mi permetti non mi permetti! Apri le orecchie, re dei miei stivali, e rispondi alla mia domanda: vuoi conquistare la ragazza o vuoi amarla? –
-Ma è la stessa cosa! –
-Non è la stessa cosa. Conquistare qualcuno è facile, amare qualcuno è un po’ più impegnativo. Tu cosa vuoi?-
Il giovane re abbassò lo sguardo, scosse la testa e rispose sincero:
-Ah, farfallina mia… Mi basterebbe che lei si accorgesse di me, che volesse conoscermi… Vorrei parlare con lei, presentarmi, per vedere se posso piacerle… –
-Allora amala per primo. Questo è il mio consiglio. Amala per primo. –
-Ma come… Che razza di consiglio è? Io ho fatto di tutto per… –
-Non parlo di regali e corteggiamenti. Io ti parlo di amore. -.
La preziosa farfalla volteggiando leggera volò via, e lasciò il giovane re esclamando tintinnante e sibillina:
-Amala per primo, giovane re! –
Il giovane re restò silenzioso a pensare. Trascorse tutta la notte nel bosco di ciliegi innevato, e la mattina dopo aveva compreso. Tornò al villaggio di corsa, e correva così veloce che la nuvola nera e piovosa sopra il suo capo restava indietro, e non riusciva più a raggiungerlo.
Arrivò ansimando nella piazza del villaggio, e cercò con gli occhi, mentre cercava di riprendere fiato, il negozio della sua bella amata. Lei era lì, stava aprendo le imposte, canticchiando contenta del sole del mattino. Vicino al suo negozio sostava un carro trainato da un asinello, colmo di cesti di frutta colorata e sacchi polverosi di patate.
Deliah si avvicinò al carro, diede una mela all’asinello e lo accarezzò, poi cominciò a rimboccarsi le maniche, e con energia prese il primo cesto di frutta e lo portò all’interno del negozio, senza smettere di canticchiare.
Il giovane re sapeva cosa fare. Prese anche lui un pesante sacco di patate, e cominciò ad aiutare Deliah a scaricare.
La bella negoziante uscì dal negozio e lo guardò sconcertata:
-Ma, … Maestà… Lei non deve… –
-Io… – rispose deciso il giovane re, trascinando con fatica il sacco di patate – in questo momento non sono il re. Sono un tuo amico, e ti voglio aiutare.-
-Ma questo non è lavoro per te. Lascia fare a me. –
-Insisto, Deliah. Voglio condividere con te questa fatica. Non voglio che tu smetta, non voglio farlo io per te. Voglio che lo facciamo insieme. Mi fa piacere. –
Deliah rimase colpita dalle parole del giovane re, non disse più niente, e i due giovani, aiutandosi a vicenda, scaricarono tutto il carro. Poi, il giovane re si offrì di riportare l’asinello nella stalla, e Deliah lo guardò allontanarsi e sorrise.
-Grazie. – gli disse, quando il giovane re ritornò.
-Mi ha fatto piacere lavorare insieme. -, sorrise il giovane re, mentre il suo cuore trionfava.
-Anche a me. –
-Hai bisogno di qualcos’altro? –
-Oh no, no no, sei stato fin troppo gentile… Piuttosto… Vuoi fermarti a fare colazione con me? –
-Per tutta la vita. – , sorrise il giovane re, e la nuvola nera, già tanto in ritardo, sbiancata e indebolita, si dissolse nel cielo soleggiato come una bolla di fumo trasparente.

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Kit di sopravvivenza.

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A volte entrare nella nebbia si fa apposta
per essere più buoni,
lo slancio di fidarsi viene più facile,
e la malinconia è un sentiero di ghiaccio
che copre le pietre ed i rami spezzati,
Ti confonde i passi e ti acceca,
senza farsi scoprire.

Lo so, è chiaro dall’incipit,
è una giornata grigia,
e il cielo è pesante di distrazioni
e la tentazione è sentirsi chiusa in cantina,

la chiave

gettata nel tombino
da quell’uomo vecchio e malvagio
che sogghigna eccitato e affila le unghie
su te e me.

Ma
io ho una calamita e un pezzo di spago nella tasca,
li lego a forma di croce e,

con la lingua tra i denti, sguardo fisso, respiro leggero, e
molta, molta attenzione
mi riprendo la chiave.

Poi rido, accendo la luce, apro la porta.

E volo via dalla finestra.

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Una vita luccicante.

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La grazia della serenità, del “dimorare” nel proprio cuore senza affanni, in armonia con se stessi, è un dono che giunge inaspettato, nel momento in cui la consapevolezza, come una luce che illumina e non abbaglia, lenisce la tua anima e il tuo corpo dalla stanchezza, dopo tanto cercare. Ed è importante chiamare per nome questa consapevolezza, saperla riconoscere per poterla abbracciare. Ognuno percepisce il nome più giusto per la propria vita, quello che completa e nello stesso tempo “agisce” per portarci in alto, gentile forza propulsiva che nessuna forza di gravità potrà mai intrappolare. Per me, oggi, è “essere preghiera”.
Voglio dire, non dire le preghiere, ma essere, le preghiere. E se sei preghiera, tutto ciò che fai diventa luccicante di senso, profondo di intenzioni, entusiasmi, promesse, progetti, affetti, riuscite, anche tristezze, malinconie, mancanze, vuoti, assenze. Tutto, tutto ha senso se tu sei preghiera.
Tu sei la preghiera incessante ed essenziale di un Dio che ti sta pregando, per amore chiaro, semplice, puro e disinteressato. Dio mi sta pregando, mentre vivo, mentre sto scrivendo, ecco perchè sono viva e la mia vita è sacra, essendo preghiera del mio Dio.
La gratitudine invade il mio corpo e la mia anima, e tutto di me è immerso della sua forma essenziale, della sua profondità.

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Ho trascorso la notte con te…

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Ho trascorso la notte con te, a costruire un castello di neve.
Nevicava sopra le nostre mani ghiacciate,
Sulle nostre palpebre, e le ciglia imbiancate,
E sul nostro sorriso.
Io mi sono tolta la sciarpa, mi dava fastidio,
Tu non la porti mai, e ridevi
Perché mi tremavano le spalle.
C’è stato un momento in cui
Ci siamo scoraggiati:
Non possiamo farcela, abbiamo iniziato
Un gioco idiota, costruire un castello
Di neve,
Poi,
Sai che durerà fino al sole,
Che senso ha stare qui a ridere sottovoce,
Tutti gli altri dormono, e forse hanno ragione,
Io e te,
Costruiamo bianche stanze, umide torri e opache finestre,
Ponti incerti, corridoi improbabili,
Strade che si perdono nei cespugli accanto,
Al prato del vicino…
Poi ci è venuto da ridere,
E abbiamo continuato a giocare.
E le ore della notte così sono passate in fretta.
Prima dell’alba il castello era finito,
Noi abbiamo brindato
Mangiando fiocchi di neve alla festa d’inaugurazione.

(Siamo proprio due clown
Inteneriti dall’età…
È bello che non ci sia nessuno a farci una foto,
Perchè, è più importante il castello o la notte trascorsa a giocare?)

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La mamma che vola.

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Questo è il ritratto che mi ha fatto mia figlia Susanna, 10 anni tra pochi giorni. Lo ha intitolato: “Mamma che vola”. Mi ha fatto stare in posizione come modella, con le braccia aperte e sporta in avanti, “proprio come se stessi volando, perché stai volando!”.
Ho sempre profondamente creduto nell’empatia e nella capacità straordinaria di intuito dei bambini. In questo attimo presente, io so che non sono mai stata disegnata in un modo più vero di questo, e non sono mai stata compresa, in un modo così profondo. Spero di poter rimanere sempre, anche tra cent’anni, nei suoi ricordi, “la mamma che vola”… Non solo è molto romantico!!! È soprattutto vero. La parte più autentica di me.

La liseuse, Il sole lampada per leggere.

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Stamattina, visitando la stupenda mostra dedicata a Renoir alla GAM di Torino, sono rimasta colpita da questo ritratto, intitolato “La liseuse”. La giovane donna legge con grazia tutta femminile qualcosa che le piace, la rende dolce e positiva. Tradotto in italiano, il titolo dell’opera è “la lampada da lettura” (diz. franc./ital. Larousse)… La lampada da lettura della giovane donna non è altro che il sole, la luce del sole che arriva dalla finestra e alla quale lei si tende, per leggere meglio. La leggerezza e la positività di questo quadro mi ha conquistato ed ispirato. Mi ha fatto riflettere su quanto è bello leggere, ma anche su com’è importante che la luce esterna illumini e motivi quello che sto leggendo. La donna è sola, ma non è isolata. Il sole illumina e chiarifica i suoi pensieri, simboleggiati da libro che sta leggendo… Questa è un’interpretazione del tutto personale, la mia intuizione, l’empatia che il piccolo capolavoro mi ha suscitato…

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